Il Coronavirus: uno squarcio sulla realtà

Il Coronavirus: uno squarcio sulla realtà

Lo hanno chiamato SARS CoV-2, per gli amici Coronavirus, se ne dicono tante su di lui, tra teorie complottiste e rimandi al giudizio universale, approcci scientifici e psicosi collettiva. In poche settimane ha rivoluzionato il mondo, anzi, lo ha fermato, rendendo possibile quello che ormai, nell’epoca della velocità, nessuno credeva potesse succedere: in un pianeta globalizzato votato alla produttività, ci ha ricordato che il frullatore si può spegnere. Ci ha dimostrato che siamo deboli, che abbiamo paura nonostante  i progressi della civiltà e che tutto quello che abbiamo costruito dalla rivoluzione industriale in poi, passando per il capitalismo e l’economia finanziaria, fino alla globalizzazione, poggia su un equilibrio instabile, quello dell’umanità.

Non so se dipenda dal fatto che non sono capace di soffrire, anzi, come dice chi si intende di psiche umana, di permanere nel dolore, ma da che ho memoria, ho sempre trovato un sacco di lati positivi in ogni cosa. Anche questa volta, ma questa volta è diverso, è come quando il rumore di un caccia squarcia il cielo. Quando mi sono resa conto che un virus planetario stava fermando tutto il circo, mi sono perfino sentita incuriosita, e ho iniziato a pensare che tra tutti noi e la verità, quella verità che ognuno cerca o pensa di possedere, c’è una membrana fatta di abitudini, comodità, benessere, sovrastrutture, paure, dubbi, distrazioni, educazione. C’è il fatto che quando un sasso inizia a rotolare, fermarlo è molto difficile. Ho pensato che un evento di portata mondiale, che facesse leva sulle viscere delle persone, potesse dare una fotografia perfetta e senza veli, della realtà mondiale nel 2020. Gli esperimenti sociali sono serviti ad analizzare la mente collettiva di un popolo fin dalla nascita della psicologia e della sociologia, e questo mi pare, volontariamente o meno, il più grande esperimento sociale della storia dell’umanità. Siamo razzisti o no? Abbiamo un’etica sociale? Siamo generosi? Abbiamo fiducia nella scienza? Ci sentiamo coinvolti nelle decisioni della politica? Siamo disposti ad andare tutti nella stessa direzione per salvarci? Siamo disposti a rinunciare ad un pò di benessere? Siamo culturalmente predisposti a cavalcare l’ondata di terrore a fini di lucro? Pensiamo sia crollato il castello della globalizzazione, dell’Europa unita, delle frontiere aperte? E se pensiamo di sì, siamo disposti a tornare sui nostri passi? Se ci pensiamo bene, l’ unico modo efficace per comprendere un popolo, è metterlo alla prova. Ed in questo caso non si parla soltanto di un popolo, ma di tutto il mondo.

Si sentono un sacco di battute divertenti al tempo del Coronavirus – finalmente la gente si lava le mani, finalmente la gente non ti tocca quando ti parla, chissà come mai i pronto soccorso e gli ambulatori dei medici di base sono vuoti – dicono. Io in questa estetica del Coronavirus, vedo la possibilità di dare una sbirciatina alla realtà. Se fosse che queste settimane di sospensione dalle nostre vite, sono una prova generale di come siamo, di come dovremmo essere e non essere? E se fosse che ci dobbiamo fermare, mettere un pò d’ordine dentro e fuori di noi, e incominciare a squarciare la membrana che abbiamo davanti agli occhi? I social network e la tendenza crescente all’aggiornamento della situazione in tempo reale da parte della stampa, con dovizia di numeri e particolari, e il conseguente inarrestabile impulso al commento di pancia da parte degli utenti, il più delle volte sprovvisti di strumenti critici, ci hanno, prima di tutto, dimostrato in maniera inoppugnabile, quanto siamo disarmati e quanto la nostra capacità di discernimento sia nulla. Non siamo in grado di verificare le fonti, come non siamo in grado di attribuire differenti gradi di autorevolezza a chi ci bombarda di informazioni. I social sono diventati terreno di scontro politico, della stessa politica che ha tenuto ad apparire salda, pronta ed autorevole, ma è mancata completamente di coesione ed organizzazione. Sono diventati perfino terreno di scontro per gli esperti, i virologi, gli infettivologi. Ed infine, attraverso l’utilizzo dei commenti come prolungamento della nostra libertà di espressione sancita dalla Costituzione, per la massa.

Per molto tempo ho percorso quotidianamente quella che è stata definita la strada a scorrimento veloce più trafficata e pericolosa d’Italia, in una transumanza collettiva disperata, cieca e ripetitiva, e non c’è stato giorno in cui non mi sia chiesta se per ciascuno dei miei colleghi di sventura, fosse veramente necessario spostarsi fisicamente per poter lavorare, nell’epoca del digitale. Possibile che la tecnologia non venga presa sul serio in questo Paese? Possibile che esista il supermercato a casa tua, la banca a casa tua, perfino la cena a casa tua, e il lavoro a casa tua sia una realtà che suscita ancora tanta diffidenza? Le persone respirano smog ogni giorno, si imbruttiscono ogni giorno di più nel traffico, perdono la cognizione di ciò che è importante, mettendo le urgenze davanti a tutto. Che poi, qual è il concetto esatto di urgenza? Chi lo stabilisce, e in base a quali parametri? Ogni volta che ho messo piede in un ufficio pubblico, nel tempo trascorso in fila come chi aspetta una razione di pane e latte in tempo di guerra, mi sono chiesta se tutta quella follia abbia ancora ragione di esistere. Al tempo del Coronavirus, le aziende hanno scoperto che lo smart work non è una bella parola, bensì una possibilità. Mamme e papà si aggirano increduli tra la cameretta dei bambini e il salotto, tra una call e un pannolino, e alla fine della settimana, incredibilmente, si rendono conto che hanno rispettato tutte le scadenze, che i bambini sono più sereni, e che i nonni si possono godere la pensione. Non solo, ma quando vanno al parco, si rendono conto che l’aria è più pulita e le persone più rispettose dello spazio altrui. Al tempo del Coronavirus abbiamo scoperto che un gesto così banale come lavarci le mani, può aiutare noi stessi e gli altri. Eppure ce lo dicevano quando avevamo due anni. Abbiamo anche scoperto che è possibile comportarci in maniera più civile sui mezzi pubblici, come in buona parte del mondo, senza invadere lo spazio altrui e senza dover per forza far sapere a tutti i fatti nostri. Abbiamo scoperto che, oltre i confini dell’ apericena, esiste un tavolo attorno al quale tutta la famiglia si può riunire alla stessa ora per mangiare.

Al tempo del Coronavirus abbiamo scoperto anche che il nostro egoismo danneggia chi ha più bisogno di noi di accedere a qualunque servizio, ma quando a sentirci in pericolo per via di qualcosa di incontrollabile siamo noi, allora “rinunciamo” all’esercizio del nostro egoismo. Abbiamo scoperto, ancora una volta, che la diffidenza può assumere i caratteri del razzismo, ma che, a volte, le parti si possono invertire, come per metterci nei panni dell’altro. La rivincita del sud. Abbiamo scoperto che l’ Europa senza confini non esiste, dal momento che il concetto di libera circolazione delle persone viene messo in discussione. Abbiamo scoperto di appartenere ad una civiltà che, non solo non considera gli anziani una risorsa, ma addirittura li considera un peso, e tratta la loro morte come un effetto collaterale. Eppure la medicina va nella direzione opposta: si vive di più, poco importa come, e si raggiunge la pensione sempre più tardi. Come dire, ti tengo in vita finché paghi le tasse perché mi servi, poi se posso fare a meno di pagarti la pensione tanto meglio. E non importa se gli asili costano troppo o non ci sono, chissenefrega dei nipotini. Abbiamo scoperto che l’istruzione non basta a renderci ragionevoli, poiché le differenze tra la civiltà che ci troviamo di fronte uscendo di casa oggi, e quella degli appestati descritta nelle pagine di centinaia di anni di letteratura e storia, sono trascurabili.

Consideriamo questo scenario come un’opportunità pedagogica, introspettiva e di visione globale, quello che stiamo vivendo finirà sui libri di scuola dei nostri nipoti, cerchiamo di salvare il salvabile, di grazia. E se è vero che, come dice una certa parte di complottisti, quella più romantica direi, dietro a questa epidemia c’è davvero un disegno sociologico e filantropico (se non consideriamo il disastro economico e le perdite umane), consideriamoci per lo meno talmente interessanti da esserne diventati, nostro malgrado, protagonisti.

They called him SARS CoV-2, for Coronavirus friends, many say about him, including conspiracy theories and references to universal judgment, scientific approaches and collective psychosis.  In just a few weeks, he revolutionized the world, or rather stopped it, making possible what by now, in the age of speed, nobody believed could happen: in a globalized planet devoted to productivity, he reminded us that the blender can be turned off.  It has shown us that we are weak, that we are afraid despite the progress of civilization and that everything we have built from the industrial revolution onwards, passing through capitalism and the financial economy, up to globalization, rests on an unstable equilibrium, that of  ‘humanity.

I do not know if it depends on the fact that I am not able to suffer, indeed, as someone who understands the human psyche says, to remain in pain, but from what I have memory, I have always found a lot of positive sides in everything.  Also this time, but this time it’s different, it’s like when the sound of a fighter pierces the sky.  When I realized that a planetary virus was stopping the whole circus, I even felt curious, and I started to think that between all of us and the truth, that truth that everyone tries or thinks to possess, there is a membrane made  habits, comfort, well-being, superstructures, fears, doubts, distractions, education.  There is the fact that when a stone starts to roll, stopping it is very difficult.  I thought that a world-wide event, which leveraged people’s bowels, could give a perfect and unveiled photograph of the world reality in 2020. Social experiments have served to analyze the collective mind of a people since the birth of psychology  and sociology, and this seems to me, voluntarily or not, the greatest social experiment in human history.  Are we racist or not?  Do we have a social ethics?  Are we generous?  Do we have faith in science?  Do we feel involved in political decisions?  Are we all willing to go in the same direction to save ourselves?  Are we willing to give up some wellness?  Are we culturally prepared to ride the wave of terror for profit?  Do we think the castle of globalization, of united Europe, of open borders has collapsed?  And if we think so, are we willing to retrace our steps?  If we think about it, the only effective way to understand a people is to test them.  And in this case we are not only talking about a people, but about the whole world.

A lot of funny jokes are heard at the time of Coronavirus – finally people wash their hands, finally people don’t touch you when they talk to you, who knows why the emergency rooms and general practitioners’ surgeries are empty – they say.  I in this Coronavirus aesthetic, I see the possibility of taking a peek at reality.  If it were that these weeks of suspension from our lives, are they a general test of how we are, of how we should be and not be?  What if we have to stop, put some order in and out of ourselves, and begin to tear the membrane in front of us?  Social networks and the growing tendency to update the situation in real time by the press, with a wealth of numbers and details, and the consequent unstoppable impulse to comment from the belly by users, most of the times without critical tools,  first of all, they have shown us in an incontrovertible way, how disarmed we are and how much our capacity for discernment is zero.  We are unable to verify the sources, as we are not able to attribute different degrees of authority to those who bombard us with information.  Social networks have become a terrain of political confrontation, of the same politics that has kept appearing firm, ready and authoritative, but has completely lacked cohesion and organization.  They have even become a battleground for experts, virologists and infectious disease specialists.  And finally, through the use of comments as an extension of our freedom of expression enshrined in the Constitution, for the mass.

For a long time I have traveled every day what has been called the busiest and most dangerous fast-flowing road in Italy, in a desperate, blind and repetitive collective transhumance, and there was no day when I was not asked if for each  of my misfortune colleagues, it was really necessary to move physically to be able to work in the digital age.  Is it possible that technology is not taken seriously in this country?  Is it possible that there is a supermarket in your home, a bank in your home, even dinner at your home, and work at your home is a reality that still arouses so much distrust?  People breathe smog every day, get ugly more and more in traffic every day, lose track of what is important, putting urgencies in front of everything.  What then, what is the exact concept of urgency?  Who determines it, and based on what parameters?  Every time I set foot in a public office, in the time spent in line like someone waiting for a ration of bread and milk in wartime, I wondered if all that madness still has reason to exist.  At the time of the Coronavirus, companies discovered that smart work is not a beautiful word, but a possibility.  Mums and dads wander incredulously between the children’s bedroom and the living room, between a call and a diaper, and at the end of the week, incredibly, they realize that they have met all the deadlines, that the children are more serene, and that the  grandparents can enjoy retirement.  Not only that, but when they go to the park, they realize that the air is cleaner and people more respectful of the space of others.  At the time of the Coronavirus we discovered that a gesture as trivial as washing our hands can help ourselves and others.  Yet they told us when we were two years old.  We also discovered that it is possible to behave in a more civilized way on public transport, as in most of the world, without invading the space of others and without necessarily having to let everyone know about us.  We discovered that, beyond the borders of the aperitif, there is a table around which the whole family can gather at the same time to eat.

At the time of Coronavirus, we also discovered that our selfishness harms those who need us most to access any service, but when we feel in danger because of something uncontrollable, we then “give up” the exercise of our selfishness.  We have discovered, once again, that mistrust can take on the characteristics of racism, but that sometimes the parts can be reversed, as if to put ourselves in the other’s shoes.  The revenge of the south.  We discovered that Europe without borders does not exist, since the concept of free movement of people is questioned.  We have discovered that we belong to a civilization that not only does not consider the elderly a resource, but even considers them a burden, and treats their death as a side effect.  Yet medicine goes in the opposite direction: we live longer, it doesn’t matter how, and we reach retirement later and later.  As if to say, I keep you alive as long as you pay taxes because I need you, then if I can do without paying you the pension all the better.  And it doesn’t matter if the kindergartens are too expensive or not, who cares about the grandchildren.  We have found that education is not enough to make us reasonable, since the differences between the civilization we face when leaving home today, and that of the plague victims described in the pages of hundreds of years of literature and history, are negligible.

We consider this scenery as a pedagogical, introspective and global vision opportunity, what we are experiencing will end up in the school books of our grandchildren, we try to save the salvable, of grace.  And if it is true that, as a certain part of conspiracy theorists say, the most romantic one, I would say, behind this epidemic there is really a sociological and philanthropic design (if we do not consider economic disaster and human losses), let’s consider ourselves at least so much  interesting to have become protagonists in spite of ourselves.

La casa che ho amato di più e il liquore che ho rischiato di non assaggiare

La casa che ho amato di più e il liquore che ho rischiato di non assaggiare

Solo quando si diventa grandi si apprezzano piccole cose che da adolescenti non si è in grado di capire. In questo la vita è ingiusta, perché quasi sempre è impossibile rivivere certe emozioni con la memoria, e a volte magari quel luogo, quell’oggetto, quella persona, non ci sono più.

Ho vissuto per dieci anni in una casa di proprietà delle ferrovie, a Canzo, ultimo paese dell’alta Brianza, vicino alle montagne, anzi, in mezzo. A dir la verità il mio paese, di brianzolo nell’accezione attuale aveva poco, perché lì i personaggi importanti erano gli alpini che pulivano i sentieri di montagna e gli alpinisti che le scalavano, quelle montagne. La casa era un luogo dei desideri per tutti i membri della famiglia, non perché fosse particolarmente bella, ma perché permetteva a tutti noi familiari di fare quello che ci piaceva. Aveva un orto, che più che coltivato sembrava dipinto, un giardino, che sembrava un orto botanico, un barbecue fatto a mano con le pietre, un pollaio, un tavolo ricavato da un tronco dove mangiare sette mesi all’anno, un cane, Dik, il mio primo, amatissimo cane, per il quale rifiutavo vari inviti a giocare da parte dei miei amici, e diversi topini che correvano vicino ai binari adiacenti alla casa, ma proprio attaccati, tanto da poter salutare dal giardino i pendolari. Se vi state chiedendo come facessimo con il rumore, vi rispondo che dopo un po’, non ce ne accorgevano nemmeno più, e comunque, l’ultimo treno passava alle 21.20. Il piccolissimo cancello della casa non aveva una serratura ma solo un chiavistello, perciò, quando a casa non c’era nessuno, svariati amici venivano a servirsi nell’orto. In questo giardino c’erano due alberi piuttosto grandi, un pioppo, che ombreggiava il tavolo, e un noce, proprio attaccato all’orto. Spesso stavo sotto quest’ultimo a fare i miei ragionamenti e da lì, vedevo un cortile, al di là di un grosso cancello, fuori dal quale c’era un’insegna gialla con la scritta Vespetró. Sapevo che ci producevano un liquore, ma bevevo solo acqua, non sapevo nemmeno cosa fosse un liquore. Per me era molto più interessante la vecchina che viveva proprio accanto alla distilleria, perché per me era talmente vecchia che poteva avere 200 anni. Si chiamava Mira e ogni tanto facevo la spesa per lei. La conoscevano tutti.

Sono passati vent’anni, e nel frattempo mi sono appassionata ai vini, alla cucina, e recentemente ho iniziato ad apprezzare alcuni liquori. Un giorno leggevo un articolo su Stendhal e il suo amore per i luoghi in cui sono nata, nel quale si racconta di una sua poesia in onore del liquore. Il Vespetró fu infatti introdotto nella zona dalla metà dell’800 dai soldati di Napoleone, per allietare in parte le giornate non certo facili, e la ricetta fu successivamente perfezionata e mantenuta segreta. Si sa che si tratta di un’infusione di erbe aromatiche raccolte nella zona, tra cui coriandolo, finocchio e anice, con in più la scorza d’arancia. La famiglia di farmacisti Scannagatta, titolare del brevetto e proprietaria di quella distilleria che vedevo dal mio orto, smise di produrlo nel 1991, ma dal 2008 la famiglia Gandola di Bellagio, ne riprese la produzione, mantenendo la segretezza della ricetta. Ho ordinato la mia prima bottiglia di Vespetró, la riceverò a breve. Dicono che, nonostante l’elevata alcolicità, il suo sapore sia dolce e morbido. Cerco di immaginarlo, ma di una cosa sono certa: il sapore predominante sarà quello della mia adolescenza, come se, aver recuperato un pezzo della mia storia, mi evocasse sapori che non ho mai sentito.

Only when you grow up do you appreciate small things that you cannot understand as a teenager. In this, life is unfair, because it is almost always impossible to relive certain emotions with memory, and sometimes maybe that place, that object, that person, are no longer there.

I lived for ten years in a house owned by the railways, in Canzo, the last village in upper Brianza, near the mountains, or rather in the middle. To tell the truth my country, from Brianza in its present sense, had little, because there the important characters were the Alpine troops who cleaned the mountain paths and the climbers who climbed them, those mountains. The house was a place of desire for all family members, not because it was particularly beautiful, but because it allowed all of us family members to do what we liked. He had a vegetable garden, which more than cultivated seemed painted, a garden, which looked like a botanical garden, a handmade barbecue with stones, a chicken coop, a table made from a trunk where to eat seven months a year, a dog, Dik , my first, beloved dog, for which I refused various invitations to play from my friends, and several mice that ran near the tracks adjacent to the house, but really attached, so much that I could greet the commuters from the garden. If you are wondering how we did with the noise, I answer that after a while, they didn’t even notice it anymore, and in any case, the last train passed at 9.20 pm. The very small gate of the house did not have a lock but only a bolt, therefore, when there was nobody at home, several friends came to serve in the garden. In this garden there were two rather large trees, a poplar, which shaded the table, and a walnut, just attached to the garden. Often I was under the latter to make my thoughts and from there, I saw a courtyard, beyond a large gate, outside which there was a yellow sign with the word Vespetró. I knew they made us a liqueur, but I only drank water, I didn’t even know what a liqueur was. For me the old woman who lived right next to the distillery was much more interesting, because for me she was so old that she could have been 200 years old. Her name was Mira and every now and then I went shopping for her. Everyone knew her.

Twenty years have passed, and in the meantime I have been passionate about wines, cooking, and recently I started to appreciate some liqueurs. One day I was reading an article about Stendhal and his love for the places where I was born, in which he tells of his poetry in honor of the liqueur. Vespetró was in fact introduced into the area from the mid-1800s by Napoleon’s soldiers, to partially cheer up the not easy days, and the recipe was subsequently perfected and kept secret. It is known that it is an infusion of aromatic herbs collected in the area, including coriander, fennel and anise, with the addition of orange zest. The Scannagatta family of pharmacists, owner of the patent and owner of that distillery I saw from my garden, stopped producing it in 1991, but from 2008 the Gandola family from Bellagio resumed its production, maintaining the secrecy of the recipe.

I ordered my first bottle of Vespetró, I will receive it shortly. They say that, despite the high alcohol content, its flavor is sweet and soft. I try to imagine its flavor, but I am sure of one thing: the predominant flavor will be that of my adolescence, as if, having recovered a piece of my story, it evokes flavors that I have never felt.

Il mio primo cappello da Babbo Natale

Il mio primo cappello da Babbo Natale

Ho un problema con il Natale. Anche da piccola non ero come gli altri bambini: intanto sapevo che Babbo Natale non esiste e i regali li sceglievo direttamente in un bellissimo negozio di giocattoli insieme ai miei genitori. Soprattutto LEGO, perché sono figlia unica e i bambini coi quali giocavo erano tutti maschi, e giochi per imparare a scrivere e a leggere, per via dell’indole secchiona. La letterina però la scrivevo lo stesso, certo sapevo che serviva ai miei genitori per capire cosa volessi, infatti, fidandomi poco, la corredavo di dettagliatissimi disegni, sapendo disegnare bene, ma la iniziavo comunque con “caro Gesù Bambino”, su consiglio materno, per via del flebile tentativo dei miei, poi fallito alle porte dell’adolescenza, di farmi capire che, per cultura, eravamo cattolici. E la sera del 24 dicembre preparavo acqua e frutta per l’asinello di Gesù Bambino, che era stanco di scarrozzarlo in ogni casa e aveva bisogno di rifocillarsi. Solo non capivo perché l’asinello potesse mangiare la banana in piena notte, quando a me dicevano che era pesante a cena. Avendo già acquistato i regali al negozio però, la visita di Gesù Bambino veniva da me accettata come un dogma, non che non mi chiedessi che ci veniva a fare, semplicemente mi piacevano tutti gli animali, e l’idea di poter rifocillare un asinello mi faceva sentire felice per tutta la notte. Inoltre sorvolavo sul fatto che in casa non ci fosse un camino e le tapparelle fossero tutte abbassate. Sono sempre stata una bambina che preferiva le brutte verità perché le belle bugie non mi convincevano mai. Ma questa cosa dell’asinello era più forte di tutto. Oggi tutto questo mi appare molto caotico e forse un po’ crudele, e mi chiedo se mia madre si sia semplicemente trovata ad un certo punto in un momento di empasse di fronte all’annosa questione dei regali, e la situazione le sia sfuggita di mano, o se invece sapesse che mi sarei molto arrabbiata il giorno in cui avessi scoperto che Babbo Natale, Gesù Bambino, l’asinello volante e Santa Lucia, non esistono. D’altronde aveva già assistito a numerose mie crisi di nervi durante i compiti di prima elementare, durante le quali strappavo tutto e rifacevo da capo. Poveretta. Ovviamente non ho mai avuto il coraggio di chiederglielo. Spero mi scuserà per lo spoiler chi ci crede ancora…

In definitiva il Natale non mi ha mai elettrizzata, le file di panettoni e pandori mi mettono ansia, come gli spot pubblicitari. Per farmi ulteriormente del male, o forse per non pensarci, mi sono scelta un settore lavorativo nel quale il periodo natalizio è un incubo, il lavoro quadruplica e la vita privata è sospesa per un mese. So benissimo che la colpa non è stata del lavoro, la verità è che, dentro di me, c’è un Mr Bean che filtra ogni cosa con gli occhi di una cinica ironia. Soprattutto la felicità degli altri nel vedere le luci, nel comprare i regali, nel ritrovarsi a tavola in venti. Avrei potuto citare Ebeneezer Scrooge, ma lo trovo piuttosto inflazionato. Ad un certo punto della vita ho iniziato ad immaginarmi in una famiglia del sud, e ho capito che, probabilmente, ciò che non respiriamo da piccoli, poi non ci appartiene. Poi ho letto un libro – ho cercato di ricordare con certezza quale fosse ma non ci sono riuscita – nel quale la protagonista, ogni Natale, fa un viaggio, il più lontano possibile, per sopravvivere a tutto questo. Mi sono sentita compresa. Ed ho iniziato a desiderare di fare la stessa cosa. Nel frattempo diversi cieli stellati sono passati dentro e fuori di me, ho rischiato di prendere decisioni sbagliate, ho cambiato più volte idea, finché quel lavoro l’ho cambiato davvero, e con lui è andata via una parte di me.

No, non ho cambiato idea sul Natale, ma quest’anno quel viaggio lo posso fare, finalmente. Non ho mai posseduto un cappello da Babbo Natale, per ragioni che è facile comprendere, così, per l’occasione, ne ho comprato uno, e già che c’ero, ho esagerato: paillettes rosse come se piovesse e pelliccia (ecologica, ovviamente) bianca tutt’intorno. Sarà la prima cosa che metterò in valigia, insieme al costume, rosso anche quello. Il 25 dicembre andrò in spiaggia, mi scatterò una bella foto e ci scriverò sotto

  • “Caro Natale, per questa volta, ho vinto io”.
  • I have a problem with Christmas. Even as a child I was not like other children: in the meantime I knew that Santa Claus did not exist and I chose gifts directly from him in a beautiful toy store with my parents. Above all LEGO, because I am an only child and the children with whom I played were all males, and games to learn to write and to read, because of the nerd nature. The letter, however, I wrote the same, of course I knew that my parents needed to understand what I wanted, in fact, trusting little, I accompanied it with very detailed drawings, knowing how to draw well, but I started with “dear Baby Jesus”, on maternal advice, because of the feeble attempt of my parents, then failed at the gates of adolescence, to make me understand that, by culture, we were Catholics. And on the evening of December 24, I prepared water and fruit for the donkey of the Infant Jesus, who was tired of shoving him into every house and needed to refresh himself. I just didn’t understand why the donkey could eat the banana in the middle of the night, when they told me it was heavy at dinner. Having already bought the gifts at the shop, however, the visit of the Child Jesus was accepted by me as a dogma, not that I did not ask myself what he was doing, I simply liked all the animals, and the idea of being able to refresh an ass it made him feel happy all night. I also overlooked the fact that there was no fireplace in the house and the blinds were all lowered. I have always been a child who preferred ugly truths because beautiful lies never convinced me. But this little donkey thing was stronger than anything. Today all this seems very chaotic and perhaps a bit cruel, and I wonder if my mother has simply found herself at some point in a moment of impasse in front of the age-old question of gifts, and the situation has gotten out of hand , or if he knew instead that I would be very angry the day I found out that Santa Claus, Baby Jesus, the flying donkey and Saint Lucia do not exist. On the other hand, he had already witnessed several of my nervous breakdowns during my first grade homework, during which I tore everything up and reworked again. Poor thing. Obviously I never had the courage to ask him. I hope you will excuse me for the spoiler who still believes in it …

    Ultimately Christmas has never thrilled me, the rows of panettone and pandoro make me anxious, like the commercials. To hurt me further, or perhaps not to think about it, I chose a job sector in which the Christmas season is a nightmare, work quadruples and private life is suspended for a month. I know very well that the fault was not the work, the truth is that, inside me, there is a Mr Bean who filters everything with the eyes of a cynical irony. Above all the happiness of others in seeing the lights, in buying gifts, in finding themselves at the table in twenty. I could have mentioned Ebeneezer Scrooge, but I find it rather inflated. At some point in my life I started imagining myself in a southern family, and I realized that, probably, what we don’t breathe when we are little, then it doesn’t belong to us. Then I read a book – I tried to remember with certainty what it was but I couldn’t – in which the protagonist, every Christmas, takes a trip, as far as possible, to survive all this. I felt understood. And I started wanting to do the same thing. In the meantime, several starry skies have passed in and out of me, I risked making bad decisions, I changed my mind several times, until I really changed that job, and part of me went away with him.

    No, I haven’t changed my mind about Christmas, but this year I can do that trip, finally. I have never owned a Santa hat, for reasons that are easy to understand, so, for the occasion, I bought one, and while I was there, I exaggerated: red sequins as if it were raining and fur (ecological, of course ) white all around. It will be the first thing I will put in the suitcase, along with the costume, red too. On December 25th I’ll go to the beach, I’ll take a nice picture and I’ll write to it below

    “Dear Christmas, this time, I won.”

    L’Italia, l’estetica e la miseria umana

    L’Italia, l’estetica e la miseria umana

    In una sorta di piccolo delirio di onnipotenza, della serie “il blog è mio e me lo gestisco io”, ho pensato di dedicare una sezione ai miei pensieri sparsi, che fino ad ora sono stati, più o meno, correlati ai due temi principali, ovvero il cibo e i luoghi. Ma siccome il mondo non è suddiviso in compartimenti stagni, e il cervello delle persone mediamente intelligenti men che meno, e siccome le emozioni, positive o negative, sgorgano laddove ci interroghiamo sulla realtà, ho deciso che, in questa sezione, qualunque riflessione può trovare posto, poichè tutto si contamina. Per questo motivo ho deciso di parlarvi di Keanu Reeves e Alexandra Grant, di Hugh Jackman e di sua moglie, di David e Victoria Beckham, ovvero di quella tendenza, squisitamente italiana, a stereotipare, giudicare, assolutizzare il concetto di estetica come pilastro portante della società , delle relazioni, e soprattutto del nostro giudizio, giudizio che, peraltro, non riusciamo a tacere nemmeno quando l’estetica c’entra come i cavoli a merenda.

    Ha recentemente fatto il giro del mondo una fotografia che ritrae l’attore Keanu Reeves con la sua fidanzata, tale Alexandra Grant. Una serie di benpensanti italiani, famosi e non, si è scatenata sul web, in una valanga di commenti negativi, dati dalla presunta bruttezza della di lei persona, a confronto con la presunta bellezza del boy-friend in questione. Ora, se i due avessero in quel momento partecipato ad un concorso di bellezza, tra l’altro ciascuno nella propria categoria sessuale, durante il quale non fosse stata richiesta alcuna interazione verbale o dimostrazione di talenti, ciascuno se ne sarebbe tornato a casa con le tasche piene delle altrui valutazioni estetiche, e sarebbe stato giusto così. Ma siccome in tale immagine, i due piccioncini sono ritratti durante la partecipazione ad un evento, quindi in veste di fidanzati, balza all’occhio come, in questo Paese, il concetto di estetica, non solo sia sparato in cima alla classifica dei valori ed abbia portato ad un progressivo impoverimento umano, ma venga chiamato in causa anche quando si dovrebbe, ammesso che sia necessario farlo, parlare solo di sentimenti. E così, per strada, sento persone che, gratuitamente e senza essere state interpellate, sparano giudizi di presunta omosessualità sul membro della coppia che maggiormente si avvicina ai canoni estetici stereotipati, come a dire che se sta con quello/quella, avrà sicuramente qualcosa che non va. Ho sentito persone commentare con la frase “ma lui/lei è bello/bella”, la fine di un matrimonio voluta dal membro della coppia esteticamente meno forte, diciamo così. Quindi, tanto per capire, una persona presunta brutta non può lasciare una persona giudicata più bella di lei? Sul serio siamo diventati così?

    Ecco, partiamo da una scoperta: anni di storia dell’arte sono arrivati, al massimo, a dirci che la bellezza è proporzione. Nessuno è stato in grado di spingersi oltre questa definizione. La seconda scoperta è che, se qualcuno avesse trovato la formula della bellezza, essa comunque non costituirebbe un valore, in quanto la definizione di “valore” è la seguente: misura non comune delle doti morali e intellettuali, o della capacità specifiche nell’ambito professionale“. La terza scoperta, di gran lunga più importante delle prime due, è che vomitare addosso agli altri i propri giudizi estetici, in circostanze in cui i protagonisti sono i sentimenti, perché è dai sentimenti che dipende la decisione di due persone di condividere la vita, è assolutamente fuori contesto. Stesso discorso vale se il protagonista è il talento. È come dire che il premio Nobel per la medicina Renato Dulbecco, ha vinto perché giudicato bellissimo. Non ha alcun senso.

    A nessuno degli pseudo-giornalisti che non conoscono il valore dispregiativo delle parole camuffate da “simpatiche” viene in mente che magari quella donna ha personalità, dolcezza, intelligenza, cultura, talento, da vendere? A nessuna delle donne che, in spiaggia, usa commentare con acidità e cattiveria, la pancia da postgravidanza o la cellulite di altre donne, rispetto all’addominale scolpito dell’uomo al quale si accompagnano, viene in mente che l’amore si costruisce sul rispetto, sui presunti difetti, sul tempo che si dedica all’altro, e col passare del tempo, sempre meno ha a che fare con l’estetica?

    E il discorso si allarga, automaticamente, all’estetica della moda, alla cura di sè che è sempre più bisogno di accettazione da parte degli altri, agli ambienti di lavoro dove prima arriva il tuo abbigliamento, poi la tua professionalità. Mi vengono in mente le stupide battutine di Berlusconi all’allora cancelliera tedesca Angela Merkel, la quale, ovviamente, non si spostava di un millimetro. I giornalisti tedeschi mai si sarebbero sognati di fare un titolo sul modo di vestire di una donna della politica, figuriamoci l’opinione pubblica. D’altronde, l’ho sempre pensato, i nostri politici ci somigliano, sono il nostro specchio.

    Molte donne francesi non usano depilarsi le gambe, molte donne americane sono obese, molte donne tedesche portano i sandali con le calze perché, diciamocelo, sono comodi, le donne giapponesi pensano che la bellezza sia austerità e per le donne africane, il sedere abbondante è sexy. Forse tutte queste donne pensano che una donna italiana sia più bella di loro, ma banalmente a loro non importa, o forse non lo pensano affatto, o magari, semplicemente, non si pongono il problema. Siamo sicure, noi donne italiane, di vivere la moda e l’estetica come strumento di liberazione e libertà e non come costrizione inconscia che ci porta ad essere tutte omologate? Quel che è certo è che, viaggiando, ti rendi conto che forse stiamo esagerando, che forse dovremmo rilassarci tutte e tutti un attimo. Ci sono città in cui ti sembra che ogni cosa occupi esattamente il posto che deve occupare, ho provato più volte questa sensazione sulla mia pelle. Ci sono posti in cui nessuno ti osserva dalla testa ai piedi, nessuno ti giudica sulla base del nulla, e nessun uomo si gira a guardarti come se fossi la prima donna che vede in vita sua. E c’è Milano – ovviamente parlo di Milano perché tendenzialmente parlo solo di ciò che conosco almeno il necessario – dove, nei locali di Brera, va in scena ogni sera lo spettacolo della miseria umana.

    Bisognerebbe sempre ricordare, in ogni situazione, che la scelta di guardare oltre, spesso, porta alla decisione di chiudere la bocca. Magari usiamola, l’intelligenza, per vedere semplicemente due persone che si amano.

    In a sort of small delirium of omnipotence, from the series “the blog is mine and I manage it”, I thought of dedicating a section to my scattered thoughts, which until now have been, more or less, related to the two main themes , or food and places. But since the world is not divided into watertight compartments, and the brains of people on average intelligent, much less, and since emotions, positive or negative, flow where we ask ourselves about reality, I decided that, in this section, any reflection can find place, as everything is contaminated. For this reason I decided to tell you about Keanu Reeves and Alexandra Grant, about Hugh Jackman and his wife, about David and Victoria Beckham, or about the exquisitely Italian tendency to stereotype, judge, absolutize the concept of aesthetics as the backbone of the society, relationships, and above all of our judgment, a judgment which, moreover, we are unable to keep silent even when aesthetics has something to do with cabbages.

    A photograph of actor Keanu Reeves with his girlfriend, Alexandra Grant, has recently been shown around the world. A series of well-known Italians, famous and not, has been unleashed on the web, in an avalanche of negative comments, given by the alleged ugliness of her person, compared to the alleged beauty of the boy-friend in question. Now, if the two had at that time participated in a beauty contest, among other things each in their own sexual category, during which no verbal interaction or demonstration of talents had been requested, each would have returned home with the pockets full of others’ aesthetic appraisals, and it would have been right. But since in this image, the two lovebirds are portrayed while attending an event, so as a boyfriend, it is striking how, in this country, the concept of aesthetics is not only fired at the top of the ranking of values and has led to a progressive human impoverishment, but is also called into question when one should, if it is necessary to do so, speak only of feelings. And so, on the street, I hear people who, free of charge and without having been questioned, shoot judgments of alleged homosexuality on the member of the couple that is closest to the stereotyped aesthetic canons, as if to say that if he is with that / that, he will surely have something it does not work. I have heard people comment with the phrase “but he / she is beautiful / beautiful”, the end of a marriage wanted by the member of the couple aesthetically less strong, let’s say so. So, just to understand, can a person who is supposedly ugly not leave a person judged to be more beautiful than herself? Have we really become like this?

    Here, let’s start with a discovery: years of art history have arrived, at most, to tell us that beauty is proportion. No one has been able to go beyond this definition. The second discovery is that, if someone had found the formula of beauty, it would not constitute a value, since the definition of “value” is as follows: “an uncommon measure of moral and intellectual skills, or of specific skills in the professional environment “. The third discovery, far more important than the first two, is that vomiting one’s aesthetic judgments on others, in circumstances where feelings are the protagonists, because it is on the feelings that the decision of two people to share life depends. it is absolutely out of context. The same is true if the protagonist is talent. It is like saying that the Nobel Prize for Medicine Renato Dulbecco won because he was considered beautiful. It makes no sense.

    None of the pseudo-journalists who do not know the derogatory value of the words disguised as “nice” come to mind that maybe that woman has personality, sweetness, intelligence, culture, talent, to sell? To none of the women who, on the beach, use to comment with acidity and malice, the post-pregnancy belly or the cellulite of other women, compared to the sculpted abdominal of the man to whom they are accompanied, it comes to mind that love is builds on respect, on the alleged defects, on the time devoted to the other, and with the passing of time, less and less does it have to do with aesthetics?

    And the subject is automatically extended to the aesthetics of fashion, to self-care that is increasingly in need of acceptance by others, to work environments where your clothing arrives first, then your professionalism. I am reminded of Berlusconi’s stupid jokes about the then German chancellor Angela Merkel, who obviously didn’t move an inch. German journalists would never have dreamed of making a title on the way a woman in politics dressed, let alone public opinion. Besides, I’ve always thought, our politicians look like us, they’re our mirror.

    Many French women do not use their legs to be shaved, many American women are obese, many German women wear sandals with stockings because, let’s face it, they are comfortable, Japanese women think that beauty is austerity and for African women, the abundant ass is sexy. Perhaps all these women think that an Italian woman is more beautiful than them, but trivially they don’t care, or maybe they don’t think it at all, or maybe, simply, they don’t pose the problem. Are we, Italian women, safe to live fashion and aesthetics as a tool for liberation and freedom and not as an unconscious constriction that leads us to be all approved? What is certain is that, traveling, you realize that perhaps we are exaggerating, that perhaps we should all relax for a moment. There are cities in which it seems to you that everything occupies exactly the place it has to occupy, I have repeatedly felt this sensation on my skin. There are places where no one looks at you from head to toe, no one judges you on the basis of nothing, and no man turns to look at you as if you were the first woman he sees in his life. And there is Milan – obviously I speak of Milan because I tend to talk only about what I know at least the necessary – where, in the Brera clubs, the spectacle of human misery is staged every evening.

    It should always be remembered, in every situation, that the choice to look beyond often leads to the decision to shut up. Maybe let’s use it, intelligence, to simply see two people who love each other.

    Il bagaglio a mano, la filosofia negativa e i bersagli mobili

    Il bagaglio a mano, la filosofia negativa e i bersagli mobili

    Una volta durante un volo aereo ho letto un libro. Non era mio, me lo sono fatto prestare per il tempo del viaggio. Potevo scegliere di farmene prestare tanti altri, ma io i libri li scelgo dal titolo e dall’incipit, e questo era un segno. Sono una che crede nei segni, per intenderla nell’accezione di Paulo Cohelo, per questo motivo tendo ad essere iper attenta a quello che succede intorno a me, perché i segni li cogli se sei attento, diversamente entrano a far parte del flusso quotidiano di dati non elaborati e cestinati dal nostro cervello. Il libro si intitola ‘Solo bagaglio a mano‘ e l’autore è Gabriele Romagnoli. Immaginate di assistere al vostro funerale, voi siete vivi, nella vostra bara, indossate un camice senza tasche (perché l’ultimo viaggio è senza tasche), sentite la terra che cade sopra di voi, potete solo stare fermi e riflettere, facendo caso a quello che succede dentro la vostra coscienza.

    Inizia così questo romanzo, con l’autore che partecipa, in Corea del Sud, ad un rito di morte “cosciente”, utilizzato dalle grandi aziende per combattere l’altissima percentuale di suicidi causati da stress lavorativo. Prima di sdraiarsi nella bara, il dipendente è tenuto a scrivere una lettera di addio alla propria famiglia, e pare che le reazioni siano piuttosto forti. La coscienza dovrebbe risvegliarsi, come d’altronde si risveglia quella di chi vive quello che crede essere il proprio ultimo giorno di vita, ma gli viene data un’altra possibilità. L’autore guida il lettore in una sorta di “filosofia negativa”, che lo ispira ad abbandonare ciò che lo rallenta nel suo viaggio personale.

    Era sabato, l’hotel Mille Colline era infestato da zanzare e prostitute, e io uscii per fare qualche passo, dopo aver lasciato in cassaforte orologio, portafogli e passaporto. La prima cosa che notai fu che tutti andavano di gran carriera, soli o in gruppo, come fossero in ritardo per un appuntamento, un treno, il cielo. Dove andassero, non mi era chiaro: non c’erano insegne di bar o locali, né fermate d’autobus. Dopo aver osservato a lungo il fenomeno, riuscii a intercettare un ragazzo che parlava inglese e gli chiesi spiegazioni. Spalancò gli occhi iniettati di malaria e mi disse: “Sir, i bersagli mobili sono più difficili da colpire”. Sull’ultima sillaba era già ripartito.

    Quel volo mi stava portando a fare un bel viaggio, io credevo, solo nella destinazione che avevamo scelto, invece quel libro mi ha portata anche in viaggio dentro di me, per la seconda volta nella mia vita. Era già successo, la prima volta, il 15 gennaio 2006, alle ore 13.35, dopo un brutto incidente stradale, durante il quale avevo avuto la nettissima sensazione di essere morta. Quando ho capito che non lo ero, e ho iniziato a vivere il mio tempo sospesa in quella specie di bolla protetta che era l’ospedale, ho pensato che c’era un sacco di vita nei luoghi in cui le persone non si sentono tanto sicure di averne a disposizione ancora tanta. Bisognerebbe sempre vivere come se stessimo per morire, e invece viviamo come se fossimo immortali. Rimandiamo, accumuliamo, non pensiamo.

    Quell’incidente è stato il primo segno, ma io ero troppo piccola per saperlo, e così la vita mi ha risposto più tardi. Alessandro Baricco in ‘Castelli di rabbia’ dice «accadono fatti che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita ti risponde». Quando ho finito di leggere quel libro, ho sentito che la mia coscienza era sveglia come lo era quel giorno in cui mi sono risvegliata in ospedale dopo tre giorni di coma farmacologico e senza memoria a breve termine. Non importa quanto è pesante ciò che ti risveglia, perché spesso un proiettile molto piccolo ha la capacità di deflagrarti internamente. Sia nel primo caso, tanti anni prima, che seduta su quell’aereo, mi sono sentita più leggera, proprio come quando viaggi solo col bagaglio a mano e rinunci al superfluo. E se hai potuto rinunciarci una volta, lo puoi fare per il resto dei tuoi giorni.

    Il viaggio è una perfetta metafora della vita e noi dovremmo vivere come quando viaggiamo scegliendo con cura soltanto l’essenziale che ci porteremo dietro. Mi è parso subito chiaro per quale motivo fossi stata avvertita per la seconda volta: gli uomini hanno la memoria corta, la vita quotidiana, fatta di cose che noi riteniamo importanti e invece spesso sono soltanto urgenti, si intrufola in ogni spiffero lasciato dalla nostra frenesia, dalla nostra disattenzione, allontanandoci da noi stessi e da ciò che è essenziale. Impariamo la lezione, ma poi ce la dimentichiamo. Come ogni trasloco serve a fare pulizia nella nostra casa e nel nostro armadio, e io ne ho fatti molti, così ogni fatto che ci scuote, serve a farci abbandonare ciò che ci fa da zavorra: cose, sensi di colpa, a volte convinzioni, persone, e soprattutto la paura di perdere tutto. Dal fallimento, dall’abisso, dalla perdita, spesso nasce la possibilità di ritrovare l’unica cosa importante che era andata persa da tempo nella totale inconsapevolezza: se stessi.

    «Less is more». Coco Chanel diceva che ogni donna, prima di uscire di casa, dovrebbe guardarsi allo specchio e togliersi almeno una cosa fra quelle che indossa. «More is less», il troppo impoverisce. Una volta un’indovina, dentro la sua roulotte colorata, guardandomi le mani, mi ha detto che non avrei avuto figli e avrei viaggiato molto. Spero di viaggiare molto, e ad ogni viaggio di tornare più leggera.

    Once during a flight I read a book. It wasn’t mine, I borrowed it for the time of the trip. I could choose to borrow so many others, but I choose the books from the title and the incipit, and this was a sign. I am one who believes in signs, to understand it in the sense of Paulo Cohelo, for this reason I tend to be hyper attentive to what happens around me, because the signs catch them if you are careful, otherwise they become part of the daily flow of data not processed and trashed by our brain. The book is titled “Hand luggage only” and the author is Gabriele Romagnoli. Imagine attending your funeral, you are alive, in your coffin, wear a coat without pockets (because the last journey is without pockets), feel the earth falling over you, you can just stand still and reflect, paying attention to what happens inside your consciousness.

    Thus begins this novel, with the author who participates, in South Korea, in a “conscious” death rite, used by large companies to combat the very high percentage of suicides caused by work stress. Before lying in the coffin, the employee is required to write a farewell letter to his family, and it seems that the reactions are quite strong. Conscience should reawaken, as that of those who live what they believe to be their last day of life is awakened, but they are given another chance. The author guides the reader in a sort of “negative philosophy”, which inspires him to abandon what slows him down on his personal journey.

    It was Saturday, the Mille Colline hotel was infested with mosquitoes and prostitutes, and I went out to take a few steps, having left my watch, wallet and passport in the safe. The first thing I noticed was that everyone was going all the way, alone or in a group, as if they were late for a date, a train, the sky. Where they went, it was not clear to me: there were no signs of bars or clubs, or bus stops. After observing the phenomenon for a long time, I managed to intercept a boy who spoke English and asked him for explanations. He opened his eyes injected with malaria and said, “Sir, the moving targets are more difficult to hit.” On the last syllable it had already broken down.

    That flight was taking me on a nice trip, I thought, only in the destination we had chosen, instead that book took me on a journey inside me, for the second time in my life. It had already happened, the first time, on January 15th 2006, at 1.35 pm, after a bad car accident, during which I had the very clear feeling of being dead. When I realized that I was not, and started living my suspended time in that kind of protected bubble that was the hospital, I thought there was a lot of life in places where people don’t feel so safe. to still have so much available. We should always live as if we were going to die, and instead we live as if we were immortal. We postpone, we accumulate, we don’t think.

    That incident was the first sign, but I was too young to know, and so life answered me later. Alessandro Baricco in ‘Castelli di rabbia’ says «facts happen that are like questions. A minute passes, or years, and then life answers you “. When I finished reading that book, I felt that my conscience was awake as it was that day when I woke up in the hospital after three days of pharmacological coma and no short-term memory. No matter how heavy what awakens you, because often a very small bullet has the ability to explode internally. Both in the first case, so many years before, and sitting on that plane, I felt lighter, just like when you travel only with hand luggage and give up the superfluous. And if you could give it up once, you can do it for the rest of your days.

    Travel is a perfect metaphor for life and we should live like when we travel by carefully choosing only the essentials we will carry with us. It seemed immediately clear to me why I had been warned for the second time: men have a short memory, everyday life, made up of things that we consider important and instead are often only urgent, it sneaks into every draft left by our frenzy , from our carelessness, moving away from ourselves and from what is essential. We learn the lesson, but then we forget it. As every move is to clean our house and our closet, and I have done many, so every fact that shakes us, serves to make us abandon what makes us ballast: things, feelings of guilt, sometimes convictions, people, and above all the fear of losing everything. From failure, from the abyss, from loss, often the possibility arises of finding the one important thing that had long been lost in total unawareness: oneself.

    «Less is more». Coco Chanel used to say that every woman, before leaving home, should look in the mirror and take at least one of the things she wears. “More is less”, too much impoverishes. Once a fortune teller, inside his colored trailer looking at my hands, told me that I would not have any children and would travel a lot. I hope to travel a lot, and to travel lighter with every trip.

    Il mio posto

    Il mio posto

    Stavo facendo una carrellata dei luoghi, vicini e lontani, che ho visitato, e pensando a quale fosse “il mio posto”.

    Tutto ciò, per quanto mi riguarda , non ha a che fare con una gara di bellezza, di unicità, o con una serie di elementi che mi strizzano l’occhio, bensì con la capacità di un luogo di azzerare gli effetti del tempo che è passato dalla prima volta in cui l’ho visto, esattamente come funziona per un amore. È facile innamorarsi a prima vista di qualcuno, ma l’amore è un’altra cosa: è accorgersi che dopo vent’anni quella persona è in parte ancora un mistero.

    Esiste un posto, per me, che riesce in questo miracolo e non ha nulla di esotico o “lontano”: questo posto è casa mia, lo conosco da che ho memoria e si chiama Lago del Segrino.

    Si tratta di un piccolo lago prealpino di origine glaciale, lungo meno di due chilometri e largo quattrocento metri, paragonato da Stendhal ad uno smeraldo, per via delle sue acque che assumono il colore verde delle montagne che vi si riflettono.

    Ho sempre sentito di essere una persona senza radici, che poteva vivere in ogni dove. Non provo un affetto per il mio paese più forte che per altri luoghi in giro per il mondo, non sono dipendente dai ricordi familiari e, fino a pochissimo tempo fa, sentivo un’irrequietezza costante praticamente ovunque fossi.

    Eppure, con mio grande stupore, ogni volta che vedo quell’angolo acuto formato dall’incrocio in prospettiva di due montagne straripanti di alberi che si tuffano nelle acque del lago in un’omogeneità di colori, è come se lo vedessi per la prima volta.

    Sono piuttosto umorale, eppure il mio posto ha una ragione per tutti i miei umori.

    Questa è senza dubbio una sfacciata dichiarazione d’amore, di quelle che si fanno solo quando si ha la certezza che sarà per sempre.

    Per chi volesse fare un tuffo nella bellezza, il Lago del Segrino abbraccia i comuni di Canzo, Eupilio e Longone al Segrino, in provincia di Como, e da qualunque parte vogliate cominciare, lo potete circumnavigare piedi o in bicicletta. Personalmente, se volete scattare delle foto pazzesche, vi consiglio il tratto che va da Eupilio a Longone al Segrino, in particolare gli ultimi metri di riva prima del lido.

    I was taking a look at the places, near and far, that I visited, and thinking about what was “my place”.

    All this, as far as I am concerned, has nothing to do with a contest of beauty, uniqueness, or with a series of elements that wink at me, but with the ability of a place to eliminate the effects of time which is passed since the first time I saw it, exactly how it works for love. It is easy to fall in love at first sight of someone, but love is another thing: it is to realize that after twenty years that person is partly still a mystery.

    There is a place, for me, that succeeds in this miracle and has nothing exotic or “far away”: this place is my home, I know it since I can remember and it is called Lago del Segrino.

    It is a small prealpine lake of glacial origin, less than two kilometers long and four hundred meters wide, compared by Stendhal to an emerald, due to its waters that take on the green color of the mountains that are reflected there.

    I always felt that I was a person without roots, that he could live everywhere. I feel no affection for my stronger country than for other places around the world, I am not dependent on family memories and, until very recently, I felt a constant restlessness practically everywhere I was.

    And yet, to my great astonishment, every time I see that sharp angle formed by the intersection in perspective of two overflowing mountains of trees that plunge into the waters of the lake in a homogeneity of colors, it is as if I saw it for the first time .

    I am rather humorous, yet my place has a reason for all my moods.

    This is undoubtedly a blatant declaration of love, one that is made only when it is certain that it will be forever.

    For those wishing to take a dip in beauty, Lake Segrino embraces the municipalities of Canzo, Eupilio and Longone al Segrino, in the province of Como, and wherever you want to start, you can circumnavigate your feet or bike. Personally, if you want to take crazy pictures, I recommend the section that goes from Eupilio to Longone al Segrino, in particular the last meters of shore before the shore.

    … Eppure sono milanese

    … Eppure sono milanese

    Sullʼonda di un bellissimo pensiero di un milanese dʼadozione nato in Sicilia che ho appena letto, mi è venuta voglia di parlare di Milano. Non ho dovuto percorrere così tanti chilometri come lui quando mi sono trasferita qui, ma si trattava pur sempre di qualcosa di estremamente diverso da quello a cui ero abituata. Per me Milano da ragazzina significava due cose: gli amici milanesi con cui trascorrevo lʼestate perché venivano in villeggiatura e le bigiate in treno. Noi ragazzini vedevamo gli amici milanesi come degli alieni, perché parlavano di cose “strane”. Alessandro viveva sul mio pianerottolo, passava lʼestate dai nonni e  aveva un arsenale di LEGO. Sara era riccioluta, le piaceva un ragazzo con la moto e ci scambiavamo i vestiti perché il padre era un poʼ geloso e così non lʼavrebbe riconosciuta vedendola sfrecciare seduta dietro.
    Il vero impatto con Milano è avvenuto quando mi sono iscritta allʼuniversità ed è stato orrendo: il viaggio in treno durava unʼora e mezza e, diciamocelo, negli anni novanta non era così splendente, moderna e cosmopolita, dove adesso cʼè Piazza Gae Aulenti la sera cʼera il coprifuoco.

    Ho odiato questa città giurando che le sarei stata lontana sempre. Ho trascorso diversi anni tranquilli in Brianza e nel frattempo ho  conosciuto persone nuove trapiantate qui, in particolare il mio amico Marco, che mi diceva quanto amasse questa città che lo aveva adottato e mi raccontava che andava a lavorare a piedi allʼalba per coglierne tutta la bellezza.

    Poi la vita mi ha portata proprio qui, quando ormai quellʼodio era scemato, per via della maturità (e soprattutto delle bellissime mostre che nel frattempo avevo visto). Quando ti sposti per seguire qualcosa che per te ha importanza, siamo onesti, il luogo ti interessa poco e invece piano piano sono entrata in quel tunnel per cui, dovunque vai, a un certo punto ti esce dai denti quella frase… “eh però a Milano… “. Il mio nei suoi  confronti non è amore, credo piuttosto dipendenza, condita da un poʼ di odio per quelle cose che non mando giù. Sono dipendente dai suoi ristoranti, dalla sua esuberanza di potenziali opportunità, di tutti i tipi, dalla sua comodità. Non sopporto il suo egoismo, la sua estrema attenzione allʼapparenza, la sua spietatezza. Questa è una città piena di “vorrei-ma-non-posso” quando invece è fatta per i “voglio-e-posso”. Se dovessi accostarle una parola sceglierei “competizione” e non parlo solo di lavoro, parlo di tutto. Competitivo lo diventi per forza, fosse anche solo quando prendi la metro. Ecco, io sono una persona estremamente rilassata e mi piace vivere senza stress, se ci aggiungiamo il fatto che ho sempre badato poco al parere degli altri, teoricamente Milano non avrebbe dovuto avere un grosso impatto su di me e invece sono  cambiata più in un anno e mezzo che in tutta la vita.

    Ho imparato a riconoscere quelli che arrancano per cercare di sembrare quello che non sono, ho imparato che non bisogna scegliere tra contenitore e contenuto, poiché la cosa migliore è scegliere entrambi, ho imparato ad uscire dai miei schemi. Questa è una città che si prende e ti dà il meglio, non è adatta a chi aspetta la manna dal cielo, ma ricompensa adeguatamente chi si rimbocca le maniche e in questo è estremamente democratica. Ma è anche una città in cui non puoi permetterti di essere debole. Forse sarei più una da Roma, da bellezza violenta e molle, non austera, materna, ma a volte la vita ci porta lontano da ciò che si addice al nostro temperamento.

    On the wave of a beautiful thought of an adoptive Milanese born in Sicily that I just read, I wanted to talk about Milan. I didn’t have to travel so many kilometers as he did when I moved here, but it was still something extremely different from what I was used to. For me Milan as a young girl meant two things: the Milanese friends with whom I spent the summer because they came on holiday and the chariots on the train. We kids saw our Milanese friends as aliens, because they talked about “strange” things. Alessandro lived on my landing, he spent his summer with his grandparents and had a LEGO arsenal. Sara was curly-haired, she liked a boy on a motorbike and we exchanged clothes because her father was a little jealous and so she wouldn’t have recognized her when she saw her darting behind.

    The real impact with Milan came when I enrolled at the university and it was horrible: the train journey lasted an hour and a half and, let’s face it, in the nineties it was not so bright, modern and cosmopolitan, where now there is Piazza Gae Aulenti in the evening there was the curfew.

    I hated this city swearing that I would always be away. I spent several quiet years in Brianza and in the meantime I met new people transplanted here, in particular my friend Marco, who told me how much he loved this city that had adopted him and he told me he was going to work on foot at dawn to catch all the beauty .

    Then life brought me right here, when by now that hatred had diminished, because of maturity (and above all of the beautiful exhibitions I had seen in the meantime). When you move to follow something that matters to you, let’s be honest, the place is of little interest to you and instead I slowly went into that tunnel so that, wherever you go, at some point you get that sentence out of your teeth … “Eh but to Milan … “. Mine to him is not love, I think rather addictive, seasoned with a bit of hatred for those things I don’t send down. I am dependent on his restaurants, his exuberance of potential opportunities, of all kinds, his comfort. I can’t stand his selfishness, his extreme attention to appearance, his ruthlessness. This is a city full of “I wish-but-I can’t” when instead it is made for “I want-and-can”. If I had to approach a word I would choose “competition” and I’m not just talking about work, I’m talking about everything. Competitively you become it by force, even if it is only when you take the metro. Here, I am an extremely relaxed person and I like to live without stress, if we add the fact that I have always paid little attention to others, theoretically Milan should not have had a big impact on me and instead I changed more in a year and a half that in all life.

    I learned to recognize those who are lagging behind trying to look like what they are not, I learned that you don’t have to choose between container and content, because the best thing is to choose both, I learned to get out of my patterns. This is a city that takes and gives you the best, is not suitable for those who expect manna from heaven, but adequately rewards those who roll up their sleeves and in this is extremely democratic. But it’s also a city where you can’t afford to be weak. Perhaps I would be more from Rome, from violent and soft beauty, not austere, maternal, but sometimes life takes us far from what is suited to our temperament.

    Su di me

    Sono una cacciatrice di emozioni e cieli stellati, buongustaia, con una personalità complessa e gusti semplici.

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