Pianosa e la bellezza della decadenza

Pianosa e la bellezza della decadenza

La decadenza è una “progressiva perdita di vitalità ed efficienza” secondo il dizionario. L’ho capito viaggiando di avere l’anima decadente, malinconica come i vicoli de L’Avana, come un set cinematografico abbandonato, come un hotel chiuso, testimone di antichi fasti, come i racconti di un vecchio, come le tonnare siciliane, come Pianosa.

Quest’isola l’ho desiderata tanto e l’ho amata ancor prima di conoscerla, come si fa con un figlio dal destino sfortunato. Il destino di Pianosa è l’isolamento, quello del suo carcere, 137 anni di attività che l’hanno resa un luogo “lontano”, inavvicinabile. Durante il novecento la piaga di Pianosa fu la tubercolosi, in quanto si pensava erroneamente che il mare alleviasse i sintomi di questa malattia, e così molti detenuti malati furono portati qui. Ma il destino di Pianosa si compì negli anni settanta, quando, da colonia penale agricola, nella quale i detenuti venivano rieducati attraverso il lavoro nei campi, divenne carcere di massima sicurezza, protetto da divieti di sorvolo e navigazione delle acque circostanti. In quegli anni l’isola arrivò ad avere più di duemila abitanti, tra carcerati, carcerieri e loro familiari. E così la differenza tra carcerati, carcerieri e abitanti, sparì, perché tutti si sentivano prigionieri di un luogo troppo piccolo, dal quale non si poteva andare via. Il 28 giugno 1998 il carcere venne chiuso, l’evacuazione avvenne in un solo giorno, in massa, come in una fuga, forse alla mafia troppa sicurezza dava fastidio, e l’isola tornó ad essere come è oggi, deserta.

Oggi in primo piano c’è la bellezza architettonica di quegli edifici, perché chi l’ha detto che un carcere deve essere brutto? È al secondo direttore della colonia agricola, Leopoldo Ponticelli, in carica per oltre vent’anni, che si deve l’elegante struttura architettonica eclettica di Pianosa. Qui oggi una trentina di detenuti provenienti dal carcere di Porto Azzurro, vivono in regime di “carcere aperto”, sei di loro lavorano all’albergo Marisa, unico hotel dell’isola, gli altri cercano di tenere in vita questo posto, sorvegliati da quattro guardie carcerarie, e in estate si mescolano ai turisti, 350 ogni giorno, non uno di più, che arrivano in traghetto dall’Isola d’Elba e da San Vincenzo, sul litorale toscano. Se ci penso, è struggente il fatto che un luogo di decadenza possa rappresentare una fonte di rinascita per chi deve ricostruire la propria vita. C’è chi coltiva, chi ha imparato a rimettere in sesto i muri a secco, dei veri capolavori, chi aggiusta motori, chi pulisce la spiaggia e chi porta in giro i turisti in carrozza. Ora gli unici a tenere in vita quest’isola incantevole, sono gli ultimi della società. Pianosa è piena di torrette di sorveglianza, una più bella dell’altra, mai utilizzate, erano solo un deterrente. Ed è piena di divieti, come ogni luogo il cui destino è quello di difendersi, difendere la propria bellezza. Una sola spiaggia dove poter fare il bagno, perche questa è una riserva integrale, le barche non si possono avvicinare e la pesca è vietata. Oggi qui protagonista è la natura, un mare da Caraibi, vegetazione spontanea, gabbiani.

Alle 17 l’ultimo traghetto salpa e questa torna ad essere un’isola deserta o quasi, perché Pianosa annovera un solo residente, Carlo Barellini, nato sull’isola e custode delle sue catacombe, anch’esse bellissime, suggestive come tutto il resto, soprattutto se visitate di notte. Le case in rovina, il vecchio ufficio postale, gli alberghi Trento e Trieste dove pare di vedere ancora la vita scorrerci dentro, il porticciolo. Tutto fa pensare di essere al confino. La mia mente corre a Pantelleria, Lampedusa, Lipari, Favignana, Ustica, Ventotene, Ponza, tutte isole di confino per i reati politici nel periodo fascista di questa nostra Italia così stupenda, che più volevi allontanare il “colpevole” da tutto, più volevi isolarlo, e più gli regalavi bellezza con cui curare le ferite dell’anima e del corpo. E allora vorrei che quest’isola fosse terra di confino per chi non ci sta a vedere cementificazioni selvagge, orde di yacht ignoranti, chiasso. Questo è un luogo sacro, esattamente come le chiese, perché qui si celebra il silenzio. E se devo scegliere tra il declino degli edifici che non vengono restaurati e la trasformazione di Pianosa in un’esclusiva località turistica, scelgo il primo. Scelgo l’oblio, perché, forse, il carcere di Pianosa, proprio quello che ha segnato il suo destino di solitudine, è lo stesso che l’ha salvata.

Decadence is a “progressive loss of vitality and efficiency” according to the dictionary. I understood it traveling to have a decadent soul, melancholy like the alleys of Havana, like an abandoned film set, like a closed hotel, witness of ancient glories, like the stories of an old man, like the Sicilian tonnara, like Pianosa.

I wanted this island so much and I loved it even before I knew it, like a son with an unfortunate destiny. The destiny of Pianosa is the isolation, that of his prison, 137 years of activity that have made it a “distant”, unapproachable place. During the twentieth century the plague of Pianosa was tuberculosis, as it was mistakenly thought that the sea alleviated the symptoms of this disease, and so many sick prisoners were brought here. But the destiny of Pianosa was fulfilled in the seventies, when, from an agricultural penal colony, in which the detainees were reeducated through work in the fields, it became a maximum security prison, protected from overflight bans and navigation of the surrounding waters. In those years the island came to have more than two thousand inhabitants, including prisoners, jailers and their families. And so the difference between prisoners, jailers and inhabitants disappeared, because everyone felt they were prisoners of a too small place, from which one could not go away. On June 28, 1998 the prison was closed, the evacuation took place in a single day, en masse, as in a getaway, perhaps the Mafia was too bothered, and the island returned to being deserted today.

Today in the foreground there is the architectural beauty of those buildings, because who said that a prison must be ugly? It is to the second director of the agricultural colony, Leopoldo Ponticelli, in office for over twenty years, that we owe the elegant eclectic architectural structure of Pianosa. Here today some thirty inmates from the Porto Azzurro prison, living in an “open prison” regime, six of them working at the Marisa hotel, the island’s only hotel, the others try to keep this place alive, guarded by four prison guards, and in the summer they mix with tourists, 350 every day, not one more, arriving by ferry from the Island of Elba and from San Vincenzo, on the Tuscan coast. If you think about it, it is poignant that a place of decadence can represent a source of rebirth for those who must rebuild their lives. There are those who cultivate, those who have learned to repair dry stone walls, true masterpieces, those who adjust engines, those who clean the beach and those who carry tourists in carriage. Now the only ones to keep this enchanting island alive are the latest in society. Pianosa is full of surveillance towers, one more beautiful than the other, never used, they were only a deterrent. And it is full of prohibitions, like every place whose destiny is to defend itself, defend its beauty. Only one beach where you can swim, because this is an integral reserve, the boats cannot be approached and fishing is prohibited. Today the protagonist here is nature, a Caribbean sea, spontaneous vegetation, seagulls.

At 5 pm the last ferry sails and this returns to be a desert island or almost, because Pianosa has only one resident, Carlo Barellini, born on the island and keeper of its catacombs, also beautiful, suggestive like all the rest, especially if you visit at night. The ruined houses, the old post office, the hotels Trento and Trieste where it seems to see life still flowing inside, the small port. Everything points to being in confinement. My mind runs to Pantelleria, Lampedusa, Lipari, Favignana, Ustica, Ventotene, Ponza, all islands of confinement for political crimes in the fascist period of our so wonderful Italy, the more you wanted to ward off the “guilty” from everything, the more you wanted isolate it, and give it more beauty with which to heal the wounds of the soul and the body. And then I would like this island to be a land of confinement for those who can’t see wild cement, hordes of ignorant yachts, noise. This is a sacred place, just like the churches, because silence is celebrated here. And if I have to choose between the decline of buildings that are not restored and the transformation of Pianosa into an exclusive tourist resort, I choose the first one. I choose oblivion, because, perhaps, the prison of Pianosa, just what marked its destiny of solitude, is the same that saved it.

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