La casa che ho amato di più e il liquore che ho rischiato di non assaggiare

La casa che ho amato di più e il liquore che ho rischiato di non assaggiare

Solo quando si diventa grandi si apprezzano piccole cose che da adolescenti non si è in grado di capire. In questo la vita è ingiusta, perché quasi sempre è impossibile rivivere certe emozioni con la memoria, e a volte magari quel luogo, quell’oggetto, quella persona, non ci sono più.

Ho vissuto per dieci anni in una casa di proprietà delle ferrovie, a Canzo, ultimo paese dell’alta Brianza, vicino alle montagne, anzi, in mezzo. A dir la verità il mio paese, di brianzolo nell’accezione attuale aveva poco, perché lì i personaggi importanti erano gli alpini che pulivano i sentieri di montagna e gli alpinisti che le scalavano, quelle montagne. La casa era un luogo dei desideri per tutti i membri della famiglia, non perché fosse particolarmente bella, ma perché permetteva a tutti noi familiari di fare quello che ci piaceva. Aveva un orto, che più che coltivato sembrava dipinto, un giardino, che sembrava un orto botanico, un barbecue fatto a mano con le pietre, un pollaio, un tavolo ricavato da un tronco dove mangiare sette mesi all’anno, un cane, Dik, il mio primo, amatissimo cane, per il quale rifiutavo vari inviti a giocare da parte dei miei amici, e diversi topini che correvano vicino ai binari adiacenti alla casa, ma proprio attaccati, tanto da poter salutare dal giardino i pendolari. Se vi state chiedendo come facessimo con il rumore, vi rispondo che dopo un po’, non ce ne accorgevano nemmeno più, e comunque, l’ultimo treno passava alle 21.20. Il piccolissimo cancello della casa non aveva una serratura ma solo un chiavistello, perciò, quando a casa non c’era nessuno, svariati amici venivano a servirsi nell’orto. In questo giardino c’erano due alberi piuttosto grandi, un pioppo, che ombreggiava il tavolo, e un noce, proprio attaccato all’orto. Spesso stavo sotto quest’ultimo a fare i miei ragionamenti e da lì, vedevo un cortile, al di là di un grosso cancello, fuori dal quale c’era un’insegna gialla con la scritta Vespetró. Sapevo che ci producevano un liquore, ma bevevo solo acqua, non sapevo nemmeno cosa fosse un liquore. Per me era molto più interessante la vecchina che viveva proprio accanto alla distilleria, perché per me era talmente vecchia che poteva avere 200 anni. Si chiamava Mira e ogni tanto facevo la spesa per lei. La conoscevano tutti.

Sono passati vent’anni, e nel frattempo mi sono appassionata ai vini, alla cucina, e recentemente ho iniziato ad apprezzare alcuni liquori. Un giorno leggevo un articolo su Stendhal e il suo amore per i luoghi in cui sono nata, nel quale si racconta di una sua poesia in onore del liquore. Il Vespetró fu infatti introdotto nella zona dalla metà dell’800 dai soldati di Napoleone, per allietare in parte le giornate non certo facili, e la ricetta fu successivamente perfezionata e mantenuta segreta. Si sa che si tratta di un’infusione di erbe aromatiche raccolte nella zona, tra cui coriandolo, finocchio e anice, con in più la scorza d’arancia. La famiglia di farmacisti Scannagatta, titolare del brevetto e proprietaria di quella distilleria che vedevo dal mio orto, smise di produrlo nel 1991, ma dal 2008 la famiglia Gandola di Bellagio, ne riprese la produzione, mantenendo la segretezza della ricetta. Ho ordinato la mia prima bottiglia di Vespetró, la riceverò a breve. Dicono che, nonostante l’elevata alcolicità, il suo sapore sia dolce e morbido. Cerco di immaginarlo, ma di una cosa sono certa: il sapore predominante sarà quello della mia adolescenza, come se, aver recuperato un pezzo della mia storia, mi evocasse sapori che non ho mai sentito.

Only when you grow up do you appreciate small things that you cannot understand as a teenager. In this, life is unfair, because it is almost always impossible to relive certain emotions with memory, and sometimes maybe that place, that object, that person, are no longer there.

I lived for ten years in a house owned by the railways, in Canzo, the last village in upper Brianza, near the mountains, or rather in the middle. To tell the truth my country, from Brianza in its present sense, had little, because there the important characters were the Alpine troops who cleaned the mountain paths and the climbers who climbed them, those mountains. The house was a place of desire for all family members, not because it was particularly beautiful, but because it allowed all of us family members to do what we liked. He had a vegetable garden, which more than cultivated seemed painted, a garden, which looked like a botanical garden, a handmade barbecue with stones, a chicken coop, a table made from a trunk where to eat seven months a year, a dog, Dik , my first, beloved dog, for which I refused various invitations to play from my friends, and several mice that ran near the tracks adjacent to the house, but really attached, so much that I could greet the commuters from the garden. If you are wondering how we did with the noise, I answer that after a while, they didn’t even notice it anymore, and in any case, the last train passed at 9.20 pm. The very small gate of the house did not have a lock but only a bolt, therefore, when there was nobody at home, several friends came to serve in the garden. In this garden there were two rather large trees, a poplar, which shaded the table, and a walnut, just attached to the garden. Often I was under the latter to make my thoughts and from there, I saw a courtyard, beyond a large gate, outside which there was a yellow sign with the word Vespetró. I knew they made us a liqueur, but I only drank water, I didn’t even know what a liqueur was. For me the old woman who lived right next to the distillery was much more interesting, because for me she was so old that she could have been 200 years old. Her name was Mira and every now and then I went shopping for her. Everyone knew her.

Twenty years have passed, and in the meantime I have been passionate about wines, cooking, and recently I started to appreciate some liqueurs. One day I was reading an article about Stendhal and his love for the places where I was born, in which he tells of his poetry in honor of the liqueur. Vespetró was in fact introduced into the area from the mid-1800s by Napoleon’s soldiers, to partially cheer up the not easy days, and the recipe was subsequently perfected and kept secret. It is known that it is an infusion of aromatic herbs collected in the area, including coriander, fennel and anise, with the addition of orange zest. The Scannagatta family of pharmacists, owner of the patent and owner of that distillery I saw from my garden, stopped producing it in 1991, but from 2008 the Gandola family from Bellagio resumed its production, maintaining the secrecy of the recipe.

I ordered my first bottle of Vespetró, I will receive it shortly. They say that, despite the high alcohol content, its flavor is sweet and soft. I try to imagine its flavor, but I am sure of one thing: the predominant flavor will be that of my adolescence, as if, having recovered a piece of my story, it evokes flavors that I have never felt.

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Su di me

Sono una cacciatrice di emozioni e cieli stellati, buongustaia, con una personalità complessa e gusti semplici.

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