Il miracolo di Londra. L’allegria, le rose e il calcio

Il miracolo di Londra. L’allegria, le rose e il calcio

La prima volta che sono stata a Londra è stato nel mese di marzo di un bel po’ di anni fa, avevo 23 anni e la convinzione che avrebbe piovuto sempre e che avrei mangiato solo fish and chips. C’era un sole che spaccava le pietre quando ho toccato il suolo inglese, un cielo terso come quelli di montagna, il vapore usciva dai tetti e le persone giravano per strada in maniche corte con otto gradi e il bicchierone di carta con dentro il caffè annacquato. Il mio primo pasto è stato davvero fish and chips, ma in un posto assai diverso da quello delle foto dei miei libri di inglese, in cui i famosissimi Andy and Kate, fratello e sorella, mi accompagnavano alla scoperta degli usi e costumi britannici. Quello era un localaccio stile “asiatico basso profilo”, con il pavimento in ceramica che una volta doveva essere stato bianco, i tavoli e le sedie in formica, un tempo bianchi, un gestore con maglietta bucata, un tempo bianca ed ora completamente “padellata”, una cameriera minorenne con maglietta, un tempo bianca, troppo corta per coprire il pancione da gravidanza e alcuni fili elettrici incurantemente penzolanti. Ovviamente, date le premesse, il fish and chips era fritto nell’olio del motore, ma io ero abbastanza giovane, abbastanza povera e abbastanza euforica, per sentirmi veramente felice nei panni della “italian girl in London”, anche a discapito del mio fegato. Ero a Portobello Road, nel quartiere di Notthing Hill, e tutto era possibile, in mezzo a quelle case colorate, con i bambini che vendevano fumetti e giocattoli fuori dalla porta e gli adulti che vendevano di tutto, dopo aver svuotato le soffitte. Ho subito pensato al fatto che mia madre non mi avrebbe mai permesso di mettermi fuori casa a vendere i miei giochi, o quantomeno mi avrebbe intimato di non rivolgere la parola a nessuno, cosa che avrebbe reso piuttosto difficoltosa la compravendita. Il mio primo stato d’animo a Londra è stato l’allegria, e quel senso di approssimazione alla quale non ero stata educata e non ero abituata, mi metteva a mio agio. Ho visto molte città dopo, eppure per me Londra fa sempre rima con “allegria”, più delle città spagnole, più delle città di mare, più di tutto.

Se vi piace l’idea di mangiare Fish and Chips a Nottingh Hill, in mezzo a porticine di legno rosse e blu, ma volete evitare un’esperienza come la mia, vi consiglio Deep BlueThe Fish House, 29 Pembridge Road.

Ho capito che Londra è un grande contenitore per tutto ciò che vuole essere contenuto, e che ciò che vi è contenuto non possiede un’identità comune, eppure la apprende per osmosi, vivendoci, creando una nuova ed uniforme identità. Ho capito che c’è un’assoluta, totale, vera noncuranza del giudizio altrui per quanto riguarda il modo di essere e apparire (da italiana che si è sentita chiedere praticamente quasi dovunque è stata «Sei italiana, vero?» per via del modo di vestire, effettivamente più curato rispetto alla media, non solo europea, essere in una città così indifferente a tutto ciò, è come prendersi una vacanza). O forse sarebbe meglio dire che il giudizio altrui è difficilmente percepibile, eppure esiste un impercettibile senso civico, comune alle etnie più lontane. Gli esperimenti sociali in merito all’influenza che l’ambiente esterno esercita su un nuovo individuo, si sprecano, e portano tutti allo stesso risultato: non importa da dove vieni e quali siano le tue abitudini. Se il luogo in cui giungi è permeato da un forte senso della “res publica” per dirla come Cicerone, sarai portato a seguirlo. In questo senso Londra è un gigantesco miracolo. Nove milioni di persone, alcune molto diverse tra loro, delle quali si notano più le similitudini delle differenze. Persone che la scelgono perché si sentono libere di essere, ma non di invadere la libertà altrui.

L’impatto con la London Tube è il ricordo che tuttora riaffiora nella mia mente, ogni volta in cui prendo la metropolitana a Milano, ovvero tutti i giorni, e devo continuamente chiedere alle persone il permesso di poter passare. La più antica metropolitana del mondo, inaugurata il 10 gennaio 1863, 270 stazioni, la rete più estesa d’Europa, il simbolo dell’avanguardia dei trasporti urbani, attiva 24 ore al giorno, utilizzata quotidianamente da 1107 milioni di passeggeri, udite udite… è inspiegabilmente ordinata. Sulle scale mobili si sta tutti ordinatamente in fila sulla destra (nonostante in Gran Bretagna si guidi a sinistra, poi vi spiego il perché), dando la possibilità a chi ha più fretta, di passare. Le prime scale mobili erano dotate di una piattaforma che accompagnava ed aiutava i passeggeri nel movimento. Mentre si muoveva il passo per raggiungere la piattaforma, il piede sinistro veniva accompagnato dal nastro trasportatore. Il sistema di “aiuto” però funzionava solo se per scendere si usava il piede destro e chi preferiva restare fermo sulle scale mobili veniva pregato di rimanere sul lato destro, in modo da lasciare libera la parte scoperta del nastro per chi volesse passare. Da allora l’abitudine è rimasta invariata. Esistono delle stazioni della metropolitana londinese che andrebbero viste come si visita un museo e a tal proposito sono nati i Tube Tour, un modo alternativo per visitare la città, diciamo così più in profondità! Si passano in rassegna le fermate storiche e quelle che, per un motivo o per l’altro presentano delle peculiarità. Dovete sapere che qualcuno giura di aver visto perfino i fantasmi. Ma i nomi ragazzi, vogliamo parlare dei nomi delle fermate? Come fai a non amare una città in cui le fermate della metro si chiamano Elephant&Castle e Sheperd’s Bush? Insomma, cosa diavolo si dovrebbe aspettare una persona da un posto con questi nomi?

Il vero motivo per cui amo Londra però, sono i parchi. Sono 140. Trovatemi un’altra città con 140 parchi. I parchi londinesi sono talmente avvolgenti, curati, oserei dire sacri, da farti completamente dimenticare di essere in città. La cura dei giardini in Inghilterra è una questione culturale, e affonda le proprie radici nel sedicesimo secolo, quando, in seguito all’abolizione di alcuni monasteri, molti spazi rurali vennero recuperati ed inseriti nel contesto urbano, grazie alle politiche di salvaguardia del verde dei sovrani inglesi, particolarmente amanti della caccia, per praticare la quale, servivano grandi spazi. Il più grande architetto paesaggista di tutti i tempi è stato un certo Capability Brown, inglese ovviamente, che trasferitosi da adolescente nell’Inghilterra del sud per lavorare ai giardini di alcune grandi famiglie, ha nel tempo rivoluzionato il modo di intendere gli spazi verdi. Il primo parco col quale sono venuta in contatto è forse il più conosciuto e certamente il più antico: Hyde Park. Diviso in due dal lago artificiale Serpentine Lake, è il più grande parco di Londra. Al suo interno esiste uno spazio specifico, accuratamente segnalato e rispettato, per praticare qualsiasi tipo di attività. Uno spazio per pattinare, uno per andare a cavallo, uno per correre ed uno per esprimere liberamente la propria libertà di opinione, il famoso Speaker Corner. Basta presentarsi in questa zona, sul lato nord-orientale del parco, con il proprio piccolo pulpito, sia esso una sedia, una scala, o anche nulla, e iniziare a parlare liberamente di qualsivoglia argomento, mentre i passanti si fermano ad ascoltare e qualcuno, in accordo o disaccordo, interagisce con l’oratore. Karl Marx, George Orwell, Lenin, sono passati di qui. Ma anche politici in campagna elettorale, elettori soddisfatti, elettori insoddisfatti, folli, clochard. Perché Londra democratica lo è di fatto. Lo è già dalla seconda metà dell’Ottocento, quando in molti Paesi europei la libertà di parola era una chimera. Non ho mai visto una città con così pochi cartelli di divieto, tutti hanno uno spazio apposito per praticare un’attività, in Italia in alcuni parchi pubblici è vietato l’uso del pallone oltre gli otto anni di età, carta d’identità alla mano, mi raccomando. Il punto è che a Londra, nessuno si sognerebbe mai di andare in bicicletta nello spazio dedicato ai pattini o di pattinare nello spazio dedicato all’ippica, tantomeno di calpestare un’aiuola o gettare una cartaccia a terra, pieno com’è di cestini per la raccolta dei rifiuti. C’è spazio per tutti gli uomini di buona volontà. E i cani di buona volontà. E gli amici umani dei cani, di buona volontà.

E così, ritrovandosi al cospetto di un parco che somiglia più ad un giardino, chiunque, o quantomeno i più, sono naturalmente portati a mantenerlo così come lo trovano. E se questo non accade, altrettanto democraticamente, si mette mano al portafogli pagando multe da ottanta a mille sterline. Hyde Park è assolutamente un parco rock, in tutti i sensi. Lo è anche perché vi si sono esibiti i Rolling Stones. E gli scoiattoli? Come non parlare dei veri e incontrastati padroni del parco. Gli scoiattoli grigi sono stati importati nella seconda metà dell’Ottocento dall’America e si sono moltiplicati a dismisura, a discapito degli scoiattoli rossi, autoctoni. Vivono sui tanti alberi ed hanno un rapporto molto sereno con i visitatori, tanto da accettare cibo direttamente dalle loro mani, cosa che, per la verità, li sta facendo somigliare più a dei castori che a degli scoiattoli, ma d’altronde, nessuno è perfetto, nemmeno a Londra.

Il più piccolo Regent’s Park, circa 25 minuti a piedi da Hyde Park, è il mio parco preferito, più in particolare lo sono i Queen Mary’s Gardens al suo interno: dodicimila piante di rose appartenenti a quattrocento specie diverse, tutte le specie esistenti al mondo. La regina Mary era la nonna della regina Elisabetta, moglie di Re Giorgio V, morto nel 1936, e quattro anni prima della morte del Re, il giardino venne aperto al pubblico. Sarà che mi piace il tè, sarà che non amo chi in pubblico parla ad alta voce, sarà che le uniche battute che mi fanno ridere sono quelle sarcastiche, sarà che per me una stretta di mano è già un buon livello di scambio affettivo, ma io, su una panchina di legno circondata dalle rose, con una tazza di tè in mano, ci vorrei invecchiare.

A questo punto potrei parlare della mia prima volta ai magazzini Harrod’s, di quando, cioè, ho scoperto che un intero piano di un grande magazzino, poteva essere dedicato al golf. Ma non lo farò. Una foto di quel giorno, però, la pubblico volentieri.

Potrei parlare anche della London Eye, la ruota panoramica più alta d’Europa, o della Cattedrale di st. Paul, o del Tower Bridge, o della City, ma non lo farò. Preferisco guardare Londra da un’altra prospettiva: quella del calcio. Amo i vecchi stadi londinesi, perché non sembrano stadi, perché a volte sono nascosti dietro ai portoni o ai muri di mattoncini rossi, perché sono discreti come i londinesi, ma a ridosso delle case. Ed amo il calcio inglese. La mia prima volta dal vivo, dopo innumerevoli Premier League in tv, è stata un Fulham – West Ham e allo stadio ci sono andata a piedi, perché a Londra l’ultimo tratto di strada prima dello stadio si percorre a piedi, bevendo birra, tutti insieme, scortati dalla polizia a cavallo. E si canta tantissimo, perché questo deve essere: una festa. I padri portano per mano e sulle spalle i figli e i figli sulle spalle dei padri si guardano tra di loro mentre cantano due inni diversi. Già questo per me era surreale. Arrivati ai tornelli, l’atmosfera è tranquilla, i poliziotti non hanno l’espressione incazzata, i controlli sono piuttosto accurati ma il clima rilassato e il tono gentile. Salire le scale che portano ai sedili sui quali si assisterà alla partita, è un’emozione grande davvero. Il campionato inglese è irruente, più di altri campionati, l’arbitro lascia correre un po’ di più, fischia meno falli, interrompe meno il gioco. È stato questo ad affascinarmi negli anni. Eppure fuori dal campo è tutta un’altra storia. Fuori dal rettangolo, prima, durante e dopo la partita, capisci che il calcio in Inghilterra è uno sport per famiglie e che gli inglesi non smettono di essere tipicamente moderati nemmeno qui. Se un passante digiuno di notizie sportive camminasse per caso fuori da uno stadio inglese nel giorno della retrocessione di una squadra, penserebbe che quella squadra abbia vinto il campionato. Perché a Londra la squadra del cuore va tifata, inneggiata, festeggiata non solo quando vince, ma soprattutto quando perde. E se pensiamo che nel passato del calcio inglese ci sono gli hooligan, questo è ancora più incredibile. Significa che la politica e le istituzioni, quando vogliono davvero risolvere un problema, lo fanno.

Vorrei terminare questo post su Londra raccontando di quella volta che, prendendo chissà quale bus dal centro, dopo un bel po’ di tempo mi sono ritrovata con l’autista che mi diceva «this is Whitechapel, the last stop, Miss» e sono dovuta scendere, ritrovandomi in un posto completamente diverso da quello in cui dovevo andare, in cui non c’erano taxi. Quel quartiere era Whitechapel , il quartiere di Jack lo squartatore (dev’essere un destino il mio, dato che, anche a New York, sono finita nel Bronx senza accorgermene) ma, al di là di quello, mi sono ritrovata in mezzo a prostitute e clochard, in un degrado visibile anche dal punto di vista urbanistico. Mi sono resa conto di essere nella East End, “l’altra Londra” contrapposta a quartieri come Chelsea, tanto raccontata da Charles Dickens nei suoi romanzi. E ci ho visto del bello, pensando che quasi mai le cose sono come sembrano, nel bene e nel male. Oggi Whitechapel è un quartiere multiculturale, a prevalenza bengalese, ricco di mercatini e ristoranti etnici, culla di nuove tendenze giovanili, aspetto nel quale Londra non è seconda a nessuno.

The first time I was in London was a few years ago in March, I was 23 and the belief that it would always rain and that I would eat only fish and chips. There was a sun that broke the stones when I touched the English soil, a clear sky like those in the mountains, the steam came out of the roofs and people turned on the street in short sleeves with eight degrees and the big glass of paper with coffee inside watered down. My first meal was really fish and chips, but in a very different place from the photos in my English books, in which the famous Andy and Kate, brother and sister, accompanied me to discover the British customs and traditions. That was a localaccio “low profile Asian”, with the ceramic floor that once must have been white, the tables and chairs in Formica, once white, a manager with a pierced shirt, once white and now completely “frilled” “, A minor waitress with a t-shirt, once white, too short to cover the baby bump from pregnancy and some carelessly dangling electric wires. Obviously, given the premises, the fish and chips were fried in the motor oil, but I was young enough, quite poor and quite euphoric, to feel really happy in the shoes of the “Italian girl in London”, even at the expense of my liver . I was in Portobello Road, in the Notthing Hill neighborhood, and everything was possible, in the midst of those colorful houses, with children selling comics and toys outside the door and adults selling everything after emptying the attics. I immediately thought about the fact that my mother would never have allowed me to put myself out of the house to sell my games, or at least she would have told me not to speak to anyone, which would have made the sale rather difficult. My first state of mind in London was the joy, and that sense of approximation to which I had not been educated and I was not used, it put me at ease. I have seen many cities after London, yet for me London always rhymes with “joy”, more than Spanish cities, more than seaside cities, most of all.

If you like the idea of eating Fish and Chips in Nottingh Hill, amidst red and blue wooden doors, but want to avoid an experience like mine, I recommend Deep Blue – The Fish House, 29 Pembridge Road.

I understood that London is a great container for everything that wants to be contained, and that what is contained in it does not have a common identity, yet it learns by osmosis, by living, by creating a new and uniform identity. I understood that there is an absolute, total, true nonchalance of the judgment of others as regards the way of being and appearing (as an Italian who has been asked almost practically everywhere she was «You are Italian, aren’t you?» Because of the way to dress, actually more accurate than the average, not just European, being in a city so indifferent to all this, is like taking a vacation). Or perhaps it would be better to say that the judgment of others is hardly perceptible, yet there is an imperceptible sense of civic duty, common to the most distant ethnic groups. Social experiments on the influence that the external environment has on a new individual are wasted, and all lead to the same result: no matter where you come from and what your habits are. If the place where you arrive is permeated by a strong sense of “res publica” to put it like Cicero, you will be led to follow it. In this sense, London is a gigantic miracle. Nine million people, some very different from each other, whose similarities in differences are more noticeable. People who choose it because they feel free to be, but not to invade the freedom of others.

The impact with the London Tube is the memory that still resurfaces in my mind, every time I take the subway in Milan, or every day, and I have to continually ask people for permission to pass. The oldest metro in the world, inaugurated on January 10, 1863, 270 stations, the largest network in Europe, the symbol of the avant-garde of urban transport, active 24 hours a day, used daily by 1107 million passengers, hear hear … it is inexplicably tidy. On the escalators you are all neatly in a row on the right (although in Britain you drive on the left, then I’ll explain why), giving the opportunity to those in a hurry to pass. The first escalators were equipped with a platform that accompanied and helped passengers in the movement. As he moved his pace to reach the platform, his left foot was accompanied by the conveyor belt. However, the “help” system only worked if the right foot was used to descend and those who preferred to remain still on the escalators were asked to remain on the right side, so as to leave the uncovered part of the tape free for those wishing to pass. Since then the habit has remained unchanged. There are London underground stations that should be seen as you visit a museum and in this regard the Tube Tours were born, a new idea to visit the city from another point of view, very original but still fascinating. The Tube Tours explore the underground network to discover the underground aspect of London, visiting the historic and the most significant stations, retracing the stories and legends that made it famous. But the guys names, do we want to talk about the names of the stops? How can you not love a city where the metro stops are called Elephant & Castle and Sheperd’s Bush? In short, what the hell should you expect a person from a place with these names?

But the real reason I love London is the parks. I am 140. Find me another city with 140 parks. London parks are so enveloping, cared for, I would dare to say sacred, that you completely forget you are in the city. The care of gardens in England is a cultural issue, and has its roots in the sixteenth century, when, following the abolition of some monasteries, many rural spaces were recovered and placed in the urban context, thanks to the policies to safeguard the green of the English sovereigns, particularly lovers of hunting, to practice which, they served large spaces. The greatest landscape architect of all time was a certain Capability Brown, English of course, who moved as a teenager to southern England to work on the gardens of some great families, has over time revolutionized the way of understanding green spaces. The first park I came into contact with is perhaps the best known and certainly the oldest: Hyde Park. Divided in two by the Serpentine Lake, it is the largest park in London. Inside there is a specific space, accurately signaled and respected, to practice any kind of activity. A space for skating, one for riding, one for running and one for freely expressing one’s freedom of opinion, the famous Speaker Corner. It is enough to present yourself in this area, on the north-eastern side of the park, with your own small pulpit, be it a chair, a ladder, or even nothing, and start talking freely about any topic, while passers-by stop to listen and someone , in agreement or disagreement, interacts with the speaker. Karl Marx, George Orwell, Lenin, have passed through here. But also politicians in the electoral campaign, satisfied voters, dissatisfied, crazy voters, homeless. Because democratic London actually is. It was already in the second half of the nineteenth century, when in many European countries freedom of speech was a chimera. I have never seen a city with so few signs of prohibition, everyone has a special space to practice an activity, in Italy in some public parks the use of the balloon is forbidden beyond the eight years of age, identity card in hand , please. The point is that in London, no one would ever dream of riding a bicycle in the area dedicated to skates or skating in the space dedicated to horse racing, let alone trampling on a flowerbed or throwing a piece of paper on the ground, full as it is of baskets for waste collection. There is space for all men of good will. And dogs of good will. And the human friends of dogs, of good will.

And so, finding themselves in the presence of a park that looks more like a garden, anyone, or at least the most, are naturally inclined to maintain it as they find it. And if this does not happen, just as democratically, one puts his hand to his wallet by paying fines of eighty to a thousand pounds. Hyde Park is absolutely a rock park, in every sense. It is also because the Rolling Stones performed there. And the squirrels? Not to mention the true and undisputed masters of the park. Gray squirrels were imported in the second half of the nineteenth century from America and multiplied out of proportion, to the detriment of red, native squirrels. They live on so many trees and have a very peaceful relationship with visitors, so much so that they accept food directly from their hands, which, to tell the truth, is making them look more like beavers than squirrels, but on the other hand, nobody is perfect, not even in London.

The smallest Regent’s Park, about 25 minutes walk from Hyde Park, is my favorite park, more particularly the Queen Mary’s Gardens in its interior: twelve thousand rose plants belonging to four hundred different species, all the species existing in the world . Queen Mary was the grandmother of Queen Elizabeth, wife of King George V, who died in 1936, and four years before the king’s death, the garden was opened to the public. It will be that I like tea, it will be that I do not love those in public who speak loudly, it will be that the only jokes that make me laugh are the sarcastic ones, it will be that for me a handshake is already a good level of emotional exchange, but I, on a wooden bench surrounded by roses, with a cup of tea in my hand, would like to grow old.

At this point I could talk about my first time at the Harrods department store, that is, when I discovered that an entire floor of a department store could be dedicated to golf. But I won’t. A photo of that day, however, the public willingly.

I could also talk about the London Eye, the highest Ferris wheel in Europe, or the Cathedral of st. Paul, or Tower Bridge, or the City, but I won’t. I prefer to look at London from another perspective: that of football. I love old London stadiums, because they don’t look like stadiums, because sometimes they are hidden behind gates or red brick walls, because they are as discreet as Londoners, but close to the houses. And I love English football. My first time live, after countless Premier League appearances on TV, was a Fulham – West Ham and at the stadium I went on foot, because in London the last stretch of road before the stadium is covered on foot, drinking beer, all together, escorted by the police on horseback. And we sing a lot, because this must be: a party. The fathers carry their children and children on their fathers’ shoulders and look at each other as they sing two different hymns. This was already surreal for me. Arriving at the turnstiles, the atmosphere is calm, the policemen do not have the angry expression, the controls are rather accurate but the climate is relaxed and the tone gentle. Climbing the stairs that lead to the seats where the game will take place is a great emotion indeed. The English league is impetuous, more than other championships, the referee lets it run a little more, whistles less fouls, interrupts the game less. It was this that fascinated me over the years. Yet outside the field it is a whole other story. Outside the rectangle, before, during and after the game, you understand that football in England is a family sport and that the British do not stop being typically moderate even here. If a passer-by fast of sports news walked by chance out of an English stadium on the day of relegation of a team, he would think that team won the championship. Because in London the favorite team must be cheered, praised, celebrated not only when it wins, but above all when it loses. And if we think that in the past of English football there are hooligans, this is even more incredible. It means that politics and institutions, when they really want to solve a problem, do it.

I would like to finish this post on London by telling about that time that, taking some kind of bus from the center, after a long time I found myself with the driver who was telling me “this is Whitechapel, the last stop, Miss” and I’m due get off, finding myself in a completely different place from where I had to go, where there were no taxis. That neighborhood was Whitechapel, the neighborhood of Jack the Ripper (mine must be a destiny, since, even in New York, I ended up in the Bronx without realizing it) but, beyond that, I found myself among prostitutes and clochard, in a degradation visible also from the urbanistic point of view. I realized I was in the East End, “the other London” as opposed to neighborhoods like Chelsea, so told by Charles Dickens in his novels. And I saw beauty there, thinking that things are almost never what they seem, for better or for worse. Today Whitechapel is a multicultural neighborhood, predominantly Bengali, full of markets and ethnic restaurants, the cradle of new youth trends, an aspect in which London is second to none.

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Su di me

Sono una cacciatrice di emozioni e cieli stellati, buongustaia, con una personalità complessa e gusti semplici.

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