Il mio tour della Thailandia, tra città, mete turistiche e luoghi sconosciuti

Il mio tour della Thailandia, tra città, mete turistiche e luoghi sconosciuti

Ho voluto che il mio viaggio di un mese in Thailandia fosse quanto più diversificato possibile, che toccasse quindi zone tra loro piuttosto lontane e soprattutto eterogenee. Sono rimasta all’interno del Golfo di Thailandia in quanto il Mare delle Andamane nella stagione estiva è teoricamente molto soggetto ai monsoni e ho preferito non rischiare, lasciando aperta la possibilità di tornarci in inverno. Sapevo anche che la parte di Thailandia nel Mare delle Andamane è in generale più “turistica”. Con grande dispiacere ho inoltre dovuto rinunciare, per questioni di tempo, alla Thailandia del nord, in particolare Chiang Mai e Chiang Rai. Questo viaggio arrivava dopo un periodo lavorativamente molto duro e necessitavo di passare del tempo al mare.

Sono partita da Bangkok, alla quale ho dedicato un post specifico, per poi spostarmi verso la città di Pak Chong e il Parco Nazionale di Khao Yai, a nord-est della capitale, circa due ore di viaggio. Per ottimizzare i tempi e approfittando del cambio, ho scelto di spostarmi utilizzando un autista privato, prenotato sul portale Get Transfer.

Ritengo che questa sia una scelta da consigliare specificamente in questa zona di mondo, in quanto gli autisti privati costano poco, hanno automobili comodissime, di grossa cilindrata, con aria condizionata (il caldo è umido e soffocante) ed è possibile richiedere fermate intermedie. È inoltre possibile scambiarci due chiacchiere, scoprendo qualcosa in più della Thailandia. Il prezzo del trasferimento viene pattuito direttamente sul portale. Chi vuole optare per una scelta più “locale” può utilizzare i treni in partenza da Bangkok, estremamente economici. I dintorni di Pak Chong non hanno vocazione turistica, non esistono taxi e le strutture ricettive sono pochissime, ma è possibile partecipare alla vera vita locale. Basta andare al mercato serale di Pak Chong, che viene allestito verso le 17 e prosegue fino alle 22. I locali acquistano il cibo di strada e lo mangiano su tavoli di fortuna allestiti dietro le bancarelle, oppure lo portano a casa.

Quasi nessuno cucina a casa propria, e questo è anche un modo per fare vita sociale. Qui è stato tutto faticoso: trovare un taxi, capirsi, perché qui quasi nessuno parla inglese, convincersi ad assaggiare del cibo con uno standard igienico decisamente diverso da quello a cui siamo abituati, non avere la percezione del bello alla quale siamo abituati. Ma è il luogo che più sono contenta di aver visitato. Il territorio è organizzato per essere efficiente, non gradevole.

Autofficine si alternano a negozi per la vendita di articoli per animali da compagnia, che qui sono trattati come membri della famiglia. Non esistono bar, ristoranti o luoghi vagamente divertenti. Insomma, che integrità a Pak Chong!

Per visitare il Parco Nazionale di Khao Yai è assolutamente necessario prenotare una guida, in quanto diversamente rischiereste di non vedere gli animali selvatici al suo interno, per molti dei quali sono necessari esperienza e potenti cannocchiali, e di non riuscire a coprire le distanze.

È possibile prenotare le guide scrivendo direttamente una mail al Parco oppure affidandosi ad uno dei siti presenti in rete. Io ho scelto Get Your Guide.

La nostra guida locale, parlante inglese, si emozionava come una bambina ogni volta che avvistavamo un tucano, uno scimpanzé, un’ iguana o un serpente, trasmettendo la stessa energia anche a me. Ecco perché dico che i bambini non andrebbero mai portati nei parchi zoologici, che poi è un termine nuovo per non farci credere che si tratti di uno zoo: decidere di avvistare animali in libertà è una scelta etica che richiede impegno, e il risultato non è garantito. Gli animali non sono al mondo per essere a nostra disposizione; spesso ho letto recensioni negative su tour guidati o safari perché il leone non si era fatto vivo! Non scherziamo. Dobbiamo essere discreti, silenziosi e rispettosi in quanto ospiti. Il Parco Nazionale di Khao Yai ha una superficie di 1850 kmq, è il secondo per estensione del Paese ed è percorribile in auto partendo dalla zona pianeggiante, risalendo l’altopiano e scendendo dalla parte opposta. Al suo interno sono presenti le Cascate Heu Narok, alte 150 metri.

Spesso purtroppo capita che dei cuccioli di elefante muoiano trasportati dalle correnti del torrente. Le due vette presenti nel parco, chiamate Khao Kiaw e Khao Rom, sono raggiungibili soltanto nella stagione secca, quindi in inverno. In questa zona del parco si coltiva la vite. Per me che amo gli animali e avevo già vissuto l’esperienza ancor più forte del Safari fotografico in Africa, questo è stato un modo per tornare alla mia grande passione.

Ho pernottato in un eco-lodge poco lontano dal Parco e consiglio a tutti questa opzione. Il glamping, ovvero il soggiorno in campeggi di lusso, si sta facendo strada in questi tempi di rinnovata coscienza civile e nuova coscienza ecologica, in quanto i campi tendati sono a bassissimo impatto ambientale, senza costruzioni in muratura, senza dover rinunciare al bello, e perfino al lusso. Se volete provare: Lalamukha Tented Resort Khao Yai.

La tappa successiva è stata il molo di Ban Phe, sulla costa orientale, 267 km di distanza da Khao Yai, circa tre ore e mezza di viaggio, dal quale partono le imbarcazioni per l’isola di Koh Samet, la più vicina alla costa, ad appena un quarto d’ora di motoscafo.

Ban Phe è un vero marasma di qualunque tipologia di essere umano. Dai venditori di cibo, a quelli di paccottiglia varia, ai venditori di biglietti falsi per le imbarcazioni, ovvero gonfiati a dismisura. I cumuli di immondizia rubano la scena al lerciume dei bagni presi d’assalto da turisti e non. La Thailandia, per via dei prezzi contenuti, è una delle mete favorite dei cosiddetti backpakers, ovvero i viaggiatori con lo zaino in spalla. Ne ho incontrati molti, soprattutto ogni qual volta si è trattato di traghettare o prendere un volo interno. Il più delle volte ci si incrociava nei bagni e con mio grande dispiacere ho notato che quasi nessuno tirava lo sciacquone e si lavava le mani. Apprezzo molto chi viaggia sfruttando al massimo la propria capacità di adattamento, e mi dispiace se questa non è accompagnata da una dose di rispetto per il prossimo. Ricordiamoci che meno sporchiamo e meno dobbiamo contare su qualcuno che pulisca. Il tragitto in motoscafo verso l’isola non è dei più tranquilli, mi sono sentita un milkshake in un frullatore, ma è stato breve. Koh Samet è l’isola più autenticamente locale di tutte, nel bene e nel male, per via della sua vicinanza alla capitale. Per questo motivo non si tratta di un’isola esclusiva, fatta eccezione per la spiaggia privata di Ao Prao, sulla quale sorgono, uno dopo l’altro, i resort più lussuosi.

All’ingresso della spiaggia, alcuni vigilanti controllano gli accessi, e chi arriva in scooter lo deve parcheggiare. La spiaggia di Ao Prao regala i tramonti più belli dell’isola ma anche chili e chili di plastica, di cui il mare ogni giorno cerca di liberarsi. Era mia premura quotidiana raccoglierla, nella totale indifferenza di turisti e inservienti. Cosa volete che vi dica… c’è molta strada da fare, da parte di tutti, considerando che si tratta di un parco marino protetto.

L’immondizia prodotta da locali e strutture turistiche viene raccolta in una sorta di discarica e spesso data alle fiamme la sera. Per girare l’isola è assolutamente necessario uno scooter, da noleggiare a poco prezzo appena usciti dal porticciolo di Nadan. Sull’isola non possono circolare automobili e i collegamenti dal porto ai resort sono garantiti da pick up di colore verde chiamati songtaew. All’ingresso del paese le guardie del Parco Marino dovrebbero controllare che chi entra possieda il permesso, ma spesso non lo fanno. Koh Samet è verace, sporca, a tratti puzzolente, a tratti filosofica. Koh Samet è un ossimoro. Europei in fuga dalla velocità dell’Occidente l’hanno scelta come casa, disseminandola di cartelli in legno contro l’uso di droghe e alcool, celebrando la spiritualità, la meditazione e il silenzio.

I cani randagi, veri abitanti spirituali dell’isola, vivono in branchi pacifici nascondendosi nei fitti boschetti ai lati delle strade e rovistando nell’abbondante pattume. La razza canina arcobaleno, qui ha dato il meglio di sè. E certamente questi sono cani felici.

La sabbia qui è tra le più bianche di tutta la Thailandia, e probabilmente l’attività più presente è quella del massaggio tradizionale thailandese, che qui perde in parte le sue movenze lente, le sue luci soffuse e i suoi incensi curativi, in una sorta di fast-food del benessere in vetrina, in cui la regola è fare più soldi nel minor tempo possibile. Koh Samet potrebbe essere meravigliosa, se solo l’Occidente non avesse corrotto l’Asia. Non fraintendetemi, Koh Samet è un bel posto, verace, decadente, democratico, non ha la pretesa di farsi ricordare, ma solo di lasciarvi essere voi stessi. Ha inoltre il vantaggio di essere l’unica isola della Thailandia a non essere soggetta ai monsoni, diventando quindi un’isola adatta a tutti i mesi dell’anno.

La terza tappa del mio viaggio è stata genuinamente thailandese e poco turistica almeno quanto la seconda: Chumpon,sulla costa sud-occidentale. Pochissimi turisti vengono qui, preferendo raggiungere direttamente le isole di Koh Tao, Koh Phangan e Koh Samui. Per arrivarci, da Koh Samet, sono tornata a Bangkok ed ho preso un volo interno della Nok Air per l’aeroporto di Chumpon, della durata di un’ora, al costo di circa 60€.

L’idea era quella di visitare successivamente l’isoletta di Koh Tao. Il paesaggio, appena fuori l’aeroporto, è verdissimo, pianeggiante, più texano che altro. C’è il silenzio tipico delle praterie e gli uccellini cantano fragorosi all’alba. Chumpon invece è una vera e propria cittadina, chiassosa, trafficata, piena di negozi locali, bancarelle, ma anche centri commerciali e grosse catene.

I turisti qui sono praticamente inesistenti. Ci troviamo in una terra di confine, perche questa è la porta d’ingresso della Thailandia meridionale, a prevalenza musulmana. Anche qui con l’inglese si fa fatica, ma qualche possibilità in più per mangiare c’è. Le persone sono gentili: ci hanno avvisati che più avanti avremmo trovato un poliziotto, visto che non indossavamo il casco. Intorno alla città la natura torna a trionfare, con pianure e canali che si tuffano del Golfo di Thailandia. E poi Chumpon ci ha regalato la pioggia monsonica, quella che fa male, malissimo dal tanto è forte, quella che mescolata alla terra rossa crea dei fiumi rossi nelle strade, ma dopo un po’ ci convivi e non ti metti nemmeno più l’impermeabile.

La costa offre spiagge da cartolina, meravigliose da fotografare, un po’ meno da vivere. Il mare qui intorno è davvero un olio, talmente fermo da sembrare quasi morto. L’acqua non è limpida e il paesaggio è quasi malinconico. Nei dintorni c’è anche il Santuario delle Conchiglie, chilometri e chilometri di costa disseminata di conchiglie di ogni tipo e misura.

Noi abbiamo scelto la famosissima Thun Wua Laen, un colpo d’occhio eccezionale, ma decisamente inospitale, poiché pesantemente infestata dai sand flyes, dei minuscoli moscerini bianchi e neri che procurano punture il cui prurito può durare invariato anche per un mese, roba da togliere il sonno. Non ci siamo persi d’animo, abbiamo affittato uno scooter al ristorante Pirates Terrace, proprio sulla spiaggia, lo stesso ristorante che ci vedeva ospiti la sera (fanno una pizza assolutamente accettabile), e abbiamo girato tutta la zona per una settimana. Abbiamo scoperto che Thun Wua Laen in inverno si riempie di pensionati italiani che cercano la tranquillità della Thailandia lontana dalle rotte turistiche, e di pensionati nord europei che hanno sposato donne thailandesi. I ristoranti qui sono poco più che baracche, ma qui ho mangiato la più buona insalata di papaya di tutto il viaggio.

Fortunatamente abbiamo scoperto anche il Parco Nazionale di Chumpon, sconosciuto ai locali, chissà perché, visto lo spettacolo che regala: una foresta pluviale intatta, uno spettacolo di suoni nel silenzio assordante di un luogo visitato soltanto da qualche scolaresca di città.

Un ponte che sovrasta il torrente che si tuffa nel mare, e altre piccole passatoie grazie alle quali è possibile camminare dentro la foresta, tra uccelli di palude, varani e granchi giganti. Le barche dei pescatori si muovono lente. Le canne di bambù fanno da amplificatore naturale al rumore delle gocce di pioggia che cadono all’interno.

Una torre di avvistamento ti invita a fermarti, respirare, godere dello spettacolo. È stato uno di quei momenti in cui pensi che vorresti rimanere per sempre.

L’ultima tappa è stata l’isola di Koh Tao. La proprietaria del ristorante Pirate Terrace ci ha fatto da taxi accompagnandoci al molo di Matapon, dal quale abbiamo preso il catamarano veloce per l’isola, con la compagnia Lomprayah, 2 ore e 45 minuti di traversata. Koh Tao si è guadagnata la fama di isola misteriosa, in seguito alla sparizione di alcuni turisti qualche anno fa. Se dovessi descriverla in pochi termini, direi che è l’esatto opposto di Koh Samet. Votata al turismo occidentale, è amatissima dai surfisti, e questa l’ha inevitabilmente resa modaiola senza farle perdere il suo carattere spartano.

Koh Tao è un’isola esteticamente bella, pulita, servita, divertente, con uno stile tipicamente giovane.

Qui lo standard è piuttosto alto, infatti gli italiani sono tantissimi, l’inglese è parlato, le birre artigianali sono buone, il cibo pure e in certi casi ottimo, le spiagge offrono la possibilità di fare sport di ogni tipo, dalle immersioni, al surf, all’apnea. La sera si può ballare, sorseggiare un drink in una jacuzzi sul mare guardando il tramonto o fare shopping.

Il mare è davvero meraviglioso, limpido, caldo. Le spiagge sono per tutti i gusti: attrezzate o selvagge.

Ma Koh Tao potrebbe essere Formentera, Panarea, la Costa Smeralda. Koh Tao è poco thailandese, è la Thailandia epurata da ciò che di asiatico non mi piace. Detto questo, terminare il mio viaggio qui mi ha ricaricata, ritemprandomi da tutte le fatiche precedenti. Una precisazione la devo fare: a Koh Tao l’acqua calda nei bagni delle strutture ricettive non è data per scontata. Gli sportivi, si sa, non ne hanno bisogno. Prima di prenotare chiedete informazioni in merito.

Da Koh Tao siamo rientrati a Chumpon, e da lì abbiamo preso il volo interno di ritorno per Bangkok, dove il nostro viaggio è terminato. Mi sono sentita spesso spaesata in questo luogo, e altrettanto spesso ho avuto la percezione che qualcosa mi sfuggisse. Ho incontrato un Paese rovinato dal consumismo occidentale, dagli smartphone, dai soldi, dal consumo di cibi industriali. Ci sono Paesi lontani che credo di aver compreso in maniera molto più immediata rispetto alla Thailandia, e questo ha reso il viaggio a tratti psicologicamente faticoso. La difficoltà nel farsi capire, anche per chiedere un caffè, ha fatto il resto. Non porto la Thailandia nel cuore, ma consiglio questo tour poco turistico a chi non vuole fermarsi all’idea che Thailandia voglia dire soltanto isole da sogno.

I wanted my month-long trip to Thailand to be as diverse as possible, so that it touched areas that were rather distant from each other and above all heterogeneous. I stayed inside the Gulf of Thailand as the Andaman Sea is theoretically very subject to monsoons in the summer season and I preferred not to take risks, leaving open the possibility of returning in winter. I also knew that the part of Thailand in the Andaman Sea is generally more “touristy”. With great regret I also had to give up, for reasons of time, to northern Thailand, in particular Chiang Mai and Chiang Rai. This trip came after a very hard working period and I needed to spend time at the beach.

I left Bangkok, to which I dedicated a specific post, and then moved to the city of Pak Chong and the Khao Yai National Park, north-east of the capital, about two hours of travel. To optimize times and taking advantage of the change, I chose to move using a private driver, booked on the Get Transfer portal.

I believe that this is a choice to be recommended specifically in this area of the world, as private drivers are cheap, have very comfortable cars, large engines, with air conditioning (the heat is humid and suffocating) and it is possible to request intermediate stops. It is also possible to have a chat, discovering something more about Thailand. The transfer price is agreed directly on the portal. Those who want to opt for a more “local” choice can use the extremely cheap trains departing from Bangkok. The surroundings of Pak Chong do not have a tourist vocation, there are no taxis and there are very few accommodations, but it is possible to participate in real local life. Just go to the Pak Chong evening market, which is set up around 17 and continues until 22. The locals buy street food and eat it on makeshift tables set up behind the stalls, or take it home.

Hardly anyone cooks at home, and this is also a way of social life. Here it was all tiring: finding a taxi, understanding each other, because here almost nobody speaks English, convincing oneself to taste food with a decidedly different hygienic standard from what we are used to, not having the perception of the beauty to which we are accustomed. But it is the place that I am most happy to have visited. The territory is organized to be efficient, not pleasant.

Car repair shops alternate with shops for the sale of pet supplies, which are treated here as family members. There are no bars, restaurants or vaguely fun places. In Thailand alcohol is prohibited … in short, what integrity here in Pak Chong!

To visit Khao Yai National Park it is absolutely necessary to book a guide, as otherwise you would risk not seeing the wild animals inside, for many of whom experience and powerful telescopes are needed, and not being able to cover the distances.

You can book the guides by writing an email directly to the park or by relying on one of the sites on the net. I chose Get Your Guide.

Our English-speaking local guide got excited like a little girl every time we sighted a toucan, a chimpanzee, an iguana or a snake, transmitting the same energy to me too. That’s why I say that children should never be taken to zoos, which is a new term for us not to believe that it is a zoo: deciding to sight animals in freedom is an ethical choice that requires commitment, and the result is not guaranteed. Animals are not in the world to be available to us; I have often read negative reviews on guided tours or safaris because the lion had not shown up! Let’s not joke. We must be discreet, silent and respectful as guests. The Khao Yai National Park has an area of 1850 sq km, is the second largest in the country and can be traveled by car starting from the flat area, going up the plateau and going down the opposite side. Inside there are the Heu Narok Falls, 150 meters high.

Unfortunately, it often happens that elephant puppies die transported by the currents of the stream. The two peaks in the park, called Khao Kiaw and Khao Rom, can only be reached in the dry season, therefore in winter. The vines are grown in this area of the park. For me who love animals and I had already lived the even stronger experience of the photographic Safari in Africa, this was a way to return to my great passion.

I stayed in an eco-lodge not far from the park and I recommend this option to everyone. Glamping, or the stay in luxury campsites, is making its way in these times of renewed civil awareness and new ecological awareness, as the tented camps have a very low environmental impact, without brickwork, without having to give up beauty, and even to luxury. If you want to try: Lalamukha Tented Resort Khao Yai.

The next stop was the Ban Phe pier, on the east coast, 267 km away from Khao Yai, about a three and a half hour journey, from which boats leave for the island of Koh Samet, the closest to the coast, just a quarter of an hour by speedboat.

Ban Phe is a real mess of any type of human being. From sellers of food, to those of various packs, to sellers of fake tickets for boats, that is inflated out of all proportion. The heaps of garbage steal the scene from the grunge of the bathrooms stormed by tourists and non-tourists. Thailand, because of the low prices, is one of the favorite destinations of the so-called backpakers, that is, travelers with a sleeping bag on their shoulders. I have met many, especially whenever it has been a question of ferrying or taking an internal flight. Most of the time we met in the bathrooms and to my great regret I noticed that almost nobody flushed the toilet and washed their hands. I greatly appreciate those who travel by making the most of their adaptability, and I am sorry if this is not accompanied by a dose of respect for others. Remember that the less we get dirty, the less we have to rely on someone to clean. The speedboat ride to the island is not the most peaceful, I felt like a milkshake in a blender, but it was short. Koh Samet is the most authentically local island of all, for better or for worse, due to its proximity to the capital. For this reason, it is not an exclusive island, except for the private beach of Ao Prao, on which the most luxurious resorts stand one after the other.

At the entrance to the beach, some vigilantes check the accesses, and those arriving by scooter must park it. Ao Prao beach offers the most beautiful sunsets on the island but also kilos and kilos of plastic, which the sea tries to get rid of every day. It was my daily concern to collect it, in the total indifference of tourists and orderlies. What do you want me to tell you … there is a long way for everyone to go, considering that it is a protected marine park.

The garbage produced by clubs and tourist facilities is collected in a sort of landfill and often set on fire in the evening. To get around the island, a scooter is absolutely necessary, to be rented cheaply as soon as you leave the port of Nadan. Cars cannot circulate on the island and the connections from the port to the resorts are guaranteed by green pickups called songtaew. At the entrance of the village, the Marine Park guards should check that those who enter have a permit, but often do not. Koh Samet is true, dirty, at times smelly, at times philosophical. Koh Samet is an oxymoron. Europeans fleeing the speed of the West have chosen it as their home, disseminating it with wooden signs against the use of drugs and alcohol, celebrating spirituality, meditation and silence.

Stray dogs, true spiritual inhabitants of the island, live in peaceful herds by hiding in the thick groves on the sides of the streets and rummaging in the abundant trash. The rainbow dog breed has given its best here. And certainly these are happy dogs.

The sand here is among the whitest in all of Thailand, and probably the most present activity is that of traditional Thai massage, which here partly loses its slow movements, its soft lights and its healing incenses, in a sort of fast-food wellness in the window, where the rule is to make more money in the shortest possible time. Koh Samet could be wonderful if only the West hadn’t corrupted Asia. Don’t get me wrong, Koh Samet is a nice place, true, decadent, democratic, it doesn’t pretend to be remembered, but only to let you be yourself. It also has the advantage of being the only island in Thailand not to be subject to monsoons, thus becoming an island suitable for all months of the year.

The third stop of my trip was genuinely Thai and not as touristy as the second: Chumpon, on the southwest coast. Very few tourists come here, preferring to go directly to the islands of Koh Tao, Koh Phangan and Koh Samui. To get there, from Koh Samet, I went back to Bangkok and took an internal flight of Nok Air to Chumpon airport, lasting an hour, at a cost of around € 60.

The idea was to visit the island of Koh Tao later. The landscape, just outside the airport, is very green, flat, more Texan than anything else. There is the typical silence of the prairies and the birds sing thunderous at dawn. Chumpon instead is a real town, rowdy, busy, full of local shops, stalls, but also shopping centers and large chains.

Tourists here are practically non-existent. We are in a borderland, because this is the gateway to southern Thailand, predominantly Muslim. Here too, English is difficult, but there are a few more possibilities to eat. People are kind: they warned us that later we would find a policeman, since we didn’t wear a helmet. Around the city nature returns to triumph, with plains and canals that plunge into the Gulf of Thailand. And then Chumpon gave us the monsoon rain, the one that hurts, very bad from the very strong, the one that mixed with the red earth creates red rivers in the streets, but after a while you live with it and you don’t even wear a raincoat anymore .

The coast offers picture-perfect beaches, wonderful to photograph, a little less to live. The sea around here is truly an oil, so firm as to seem almost dead. The water is not clear and the landscape is almost melancholic. Nearby there is also the Sanctuary of the Shells, kilometers and kilometers of coastline dotted with shells of all types and sizes.

We have chosen the famous Thun Wua Laen, an exceptional glance, but decidedly inhospitable, as it is heavily infested with sand flyes, tiny white and black gnats that cause punctures whose itching can last unchanged even for a month, stuff to be removed the sleep. We did not lose heart, we rented a scooter at the Pirates Terrace restaurant, right on the beach, the same restaurant that saw us guests in the evening (they make absolutely acceptable pizza), and we toured the whole area for a week. We discovered that Thun Wua Laen in the winter is full of Italian pensioners who seek the tranquility of Thailand away from tourist routes, and of Northern European pensioners who married Thai women. The restaurants here are little more than shacks, but here I had the best avocado salad of the whole trip.

Fortunately, we also discovered the Chumpon National Park, unknown to locals, who knows why, given the spectacle it offers: an intact rainforest, a sound show in the deafening silence of a place visited only by some schoolchildren of the city.

A bridge overlooking the stream that plunges into the sea, and other small runners thanks to which it is possible to walk inside the forest, among swamp birds, monitor lizards and giant crabs. The fishermen’s boats move slowly. Bamboo canes act as a natural amplifier to the sound of raindrops falling inside.

A watchtower invites you to stop, breathe, enjoy the show. It was one of those moments when you think you would like to stay forever.

The last stop was the island of Koh Tao. The owner of the Pirate Terrace restaurant took us by taxi and accompanied us to the pier of Matapon, from which we took the fast catamaran to the island, with the Lomprayah company, 2 hours and 45 minutes of crossing. Koh Tao has gained fame as a mysterious island, following the disappearance of some tourists a few years ago. If I had to describe it in a few terms, I would say it is the exact opposite of Koh Samet. Voted for western tourism, it is loved by surfers, and this has inevitably made it fashionable without losing its Spartan character.

Koh Tao is an aesthetically beautiful island, clean, served, fun, with a typically young style.

Here the standard is quite high, in fact there are many Italians, English is spoken, the craft beers are good, the food as well and in some cases excellent, the beaches offer the possibility of doing sports of all kinds, from diving to surfing, freediving. In the evening you can dance, have a drink in a jacuzzi on the sea watching the sunset or go shopping.

The sea is truly wonderful, clear, warm. The beaches are for all tastes: equipped or wild.

But Koh Tao could be Formentera, Panarea, the Costa Smeralda. Koh Tao is not very Thai, Thailand is purged of what I don’t like Asian. Having said that, ending my journey here has recharged me, replenishing me from all the previous labors. A clarification I must make: in Koh Tao the hot water in the bathrooms of the accommodation facilities is not taken for granted. Sports people, you know, don’t need it. Before booking, ask for information.

From Koh Tao we returned to Chumpon, and from there we took the internal flight back to Bangkok, where our journey ended. I often felt disoriented in this place, and just as often I had the perception that something escaped me. I met a country ruined by western consumerism, by smartphones, by money, by the consumption of industrial food. There are distant countries that I believe I have understood much more immediately than Thailand, and this has made the journey at times psychologically tiring. The difficulty in making himself understood, even asking for a coffee, did the rest. I don’t bring Thailand to my heart, but I recommend this little touristic tour to those who don’t want to stop at the idea that Thailand means only dream islands.

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Su di me

Sono una cacciatrice di emozioni e cieli stellati, buongustaia, con una personalità complessa e gusti semplici.

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