Il Coronavirus: uno squarcio sulla realtà

Il Coronavirus: uno squarcio sulla realtà

Lo hanno chiamato SARS CoV-2, per gli amici Coronavirus, se ne dicono tante su di lui, tra teorie complottiste e rimandi al giudizio universale, approcci scientifici e psicosi collettiva. In poche settimane ha rivoluzionato il mondo, anzi, lo ha fermato, rendendo possibile quello che ormai, nell’epoca della velocità, nessuno credeva potesse succedere: in un pianeta globalizzato votato alla produttività, ci ha ricordato che il frullatore si può spegnere. Ci ha dimostrato che siamo deboli, che abbiamo paura nonostante  i progressi della civiltà e che tutto quello che abbiamo costruito dalla rivoluzione industriale in poi, passando per il capitalismo e l’economia finanziaria, fino alla globalizzazione, poggia su un equilibrio instabile, quello dell’umanità.

Non so se dipenda dal fatto che non sono capace di soffrire, anzi, come dice chi si intende di psiche umana, di permanere nel dolore, ma da che ho memoria, ho sempre trovato un sacco di lati positivi in ogni cosa. Anche questa volta, ma questa volta è diverso, è come quando il rumore di un caccia squarcia il cielo. Quando mi sono resa conto che un virus planetario stava fermando tutto il circo, mi sono perfino sentita incuriosita, e ho iniziato a pensare che tra tutti noi e la verità, quella verità che ognuno cerca o pensa di possedere, c’è una membrana fatta di abitudini, comodità, benessere, sovrastrutture, paure, dubbi, distrazioni, educazione. C’è il fatto che quando un sasso inizia a rotolare, fermarlo è molto difficile. Ho pensato che un evento di portata mondiale, che facesse leva sulle viscere delle persone, potesse dare una fotografia perfetta e senza veli, della realtà mondiale nel 2020. Gli esperimenti sociali sono serviti ad analizzare la mente collettiva di un popolo fin dalla nascita della psicologia e della sociologia, e questo mi pare, volontariamente o meno, il più grande esperimento sociale della storia dell’umanità. Siamo razzisti o no? Abbiamo un’etica sociale? Siamo generosi? Abbiamo fiducia nella scienza? Ci sentiamo coinvolti nelle decisioni della politica? Siamo disposti ad andare tutti nella stessa direzione per salvarci? Siamo disposti a rinunciare ad un pò di benessere? Siamo culturalmente predisposti a cavalcare l’ondata di terrore a fini di lucro? Pensiamo sia crollato il castello della globalizzazione, dell’Europa unita, delle frontiere aperte? E se pensiamo di sì, siamo disposti a tornare sui nostri passi? Se ci pensiamo bene, l’ unico modo efficace per comprendere un popolo, è metterlo alla prova. Ed in questo caso non si parla soltanto di un popolo, ma di tutto il mondo.

Si sentono un sacco di battute divertenti al tempo del Coronavirus – finalmente la gente si lava le mani, finalmente la gente non ti tocca quando ti parla, chissà come mai i pronto soccorso e gli ambulatori dei medici di base sono vuoti – dicono. Io in questa estetica del Coronavirus, vedo la possibilità di dare una sbirciatina alla realtà. Se fosse che queste settimane di sospensione dalle nostre vite, sono una prova generale di come siamo, di come dovremmo essere e non essere? E se fosse che ci dobbiamo fermare, mettere un pò d’ordine dentro e fuori di noi, e incominciare a squarciare la membrana che abbiamo davanti agli occhi? I social network e la tendenza crescente all’aggiornamento della situazione in tempo reale da parte della stampa, con dovizia di numeri e particolari, e il conseguente inarrestabile impulso al commento di pancia da parte degli utenti, il più delle volte sprovvisti di strumenti critici, ci hanno, prima di tutto, dimostrato in maniera inoppugnabile, quanto siamo disarmati e quanto la nostra capacità di discernimento sia nulla. Non siamo in grado di verificare le fonti, come non siamo in grado di attribuire differenti gradi di autorevolezza a chi ci bombarda di informazioni. I social sono diventati terreno di scontro politico, della stessa politica che ha tenuto ad apparire salda, pronta ed autorevole, ma è mancata completamente di coesione ed organizzazione. Sono diventati perfino terreno di scontro per gli esperti, i virologi, gli infettivologi. Ed infine, attraverso l’utilizzo dei commenti come prolungamento della nostra libertà di espressione sancita dalla Costituzione, per la massa.

Per molto tempo ho percorso quotidianamente quella che è stata definita la strada a scorrimento veloce più trafficata e pericolosa d’Italia, in una transumanza collettiva disperata, cieca e ripetitiva, e non c’è stato giorno in cui non mi sia chiesta se per ciascuno dei miei colleghi di sventura, fosse veramente necessario spostarsi fisicamente per poter lavorare, nell’epoca del digitale. Possibile che la tecnologia non venga presa sul serio in questo Paese? Possibile che esista il supermercato a casa tua, la banca a casa tua, perfino la cena a casa tua, e il lavoro a casa tua sia una realtà che suscita ancora tanta diffidenza? Le persone respirano smog ogni giorno, si imbruttiscono ogni giorno di più nel traffico, perdono la cognizione di ciò che è importante, mettendo le urgenze davanti a tutto. Che poi, qual è il concetto esatto di urgenza? Chi lo stabilisce, e in base a quali parametri? Ogni volta che ho messo piede in un ufficio pubblico, nel tempo trascorso in fila come chi aspetta una razione di pane e latte in tempo di guerra, mi sono chiesta se tutta quella follia abbia ancora ragione di esistere. Al tempo del Coronavirus, le aziende hanno scoperto che lo smart work non è una bella parola, bensì una possibilità. Mamme e papà si aggirano increduli tra la cameretta dei bambini e il salotto, tra una call e un pannolino, e alla fine della settimana, incredibilmente, si rendono conto che hanno rispettato tutte le scadenze, che i bambini sono più sereni, e che i nonni si possono godere la pensione. Non solo, ma quando vanno al parco, si rendono conto che l’aria è più pulita e le persone più rispettose dello spazio altrui. Al tempo del Coronavirus abbiamo scoperto che un gesto così banale come lavarci le mani, può aiutare noi stessi e gli altri. Eppure ce lo dicevano quando avevamo due anni. Abbiamo anche scoperto che è possibile comportarci in maniera più civile sui mezzi pubblici, come in buona parte del mondo, senza invadere lo spazio altrui e senza dover per forza far sapere a tutti i fatti nostri. Abbiamo scoperto che, oltre i confini dell’ apericena, esiste un tavolo attorno al quale tutta la famiglia si può riunire alla stessa ora per mangiare.

Al tempo del Coronavirus abbiamo scoperto anche che il nostro egoismo danneggia chi ha più bisogno di noi di accedere a qualunque servizio, ma quando a sentirci in pericolo per via di qualcosa di incontrollabile siamo noi, allora “rinunciamo” all’esercizio del nostro egoismo. Abbiamo scoperto, ancora una volta, che la diffidenza può assumere i caratteri del razzismo, ma che, a volte, le parti si possono invertire, come per metterci nei panni dell’altro. La rivincita del sud. Abbiamo scoperto che l’ Europa senza confini non esiste, dal momento che il concetto di libera circolazione delle persone viene messo in discussione. Abbiamo scoperto di appartenere ad una civiltà che, non solo non considera gli anziani una risorsa, ma addirittura li considera un peso, e tratta la loro morte come un effetto collaterale. Eppure la medicina va nella direzione opposta: si vive di più, poco importa come, e si raggiunge la pensione sempre più tardi. Come dire, ti tengo in vita finché paghi le tasse perché mi servi, poi se posso fare a meno di pagarti la pensione tanto meglio. E non importa se gli asili costano troppo o non ci sono, chissenefrega dei nipotini. Abbiamo scoperto che l’istruzione non basta a renderci ragionevoli, poiché le differenze tra la civiltà che ci troviamo di fronte uscendo di casa oggi, e quella degli appestati descritta nelle pagine di centinaia di anni di letteratura e storia, sono trascurabili.

Consideriamo questo scenario come un’opportunità pedagogica, introspettiva e di visione globale, quello che stiamo vivendo finirà sui libri di scuola dei nostri nipoti, cerchiamo di salvare il salvabile, di grazia. E se è vero che, come dice una certa parte di complottisti, quella più romantica direi, dietro a questa epidemia c’è davvero un disegno sociologico e filantropico (se non consideriamo il disastro economico e le perdite umane), consideriamoci per lo meno talmente interessanti da esserne diventati, nostro malgrado, protagonisti.

They called him SARS CoV-2, for Coronavirus friends, many say about him, including conspiracy theories and references to universal judgment, scientific approaches and collective psychosis.  In just a few weeks, he revolutionized the world, or rather stopped it, making possible what by now, in the age of speed, nobody believed could happen: in a globalized planet devoted to productivity, he reminded us that the blender can be turned off.  It has shown us that we are weak, that we are afraid despite the progress of civilization and that everything we have built from the industrial revolution onwards, passing through capitalism and the financial economy, up to globalization, rests on an unstable equilibrium, that of  ‘humanity.

I do not know if it depends on the fact that I am not able to suffer, indeed, as someone who understands the human psyche says, to remain in pain, but from what I have memory, I have always found a lot of positive sides in everything.  Also this time, but this time it’s different, it’s like when the sound of a fighter pierces the sky.  When I realized that a planetary virus was stopping the whole circus, I even felt curious, and I started to think that between all of us and the truth, that truth that everyone tries or thinks to possess, there is a membrane made  habits, comfort, well-being, superstructures, fears, doubts, distractions, education.  There is the fact that when a stone starts to roll, stopping it is very difficult.  I thought that a world-wide event, which leveraged people’s bowels, could give a perfect and unveiled photograph of the world reality in 2020. Social experiments have served to analyze the collective mind of a people since the birth of psychology  and sociology, and this seems to me, voluntarily or not, the greatest social experiment in human history.  Are we racist or not?  Do we have a social ethics?  Are we generous?  Do we have faith in science?  Do we feel involved in political decisions?  Are we all willing to go in the same direction to save ourselves?  Are we willing to give up some wellness?  Are we culturally prepared to ride the wave of terror for profit?  Do we think the castle of globalization, of united Europe, of open borders has collapsed?  And if we think so, are we willing to retrace our steps?  If we think about it, the only effective way to understand a people is to test them.  And in this case we are not only talking about a people, but about the whole world.

A lot of funny jokes are heard at the time of Coronavirus – finally people wash their hands, finally people don’t touch you when they talk to you, who knows why the emergency rooms and general practitioners’ surgeries are empty – they say.  I in this Coronavirus aesthetic, I see the possibility of taking a peek at reality.  If it were that these weeks of suspension from our lives, are they a general test of how we are, of how we should be and not be?  What if we have to stop, put some order in and out of ourselves, and begin to tear the membrane in front of us?  Social networks and the growing tendency to update the situation in real time by the press, with a wealth of numbers and details, and the consequent unstoppable impulse to comment from the belly by users, most of the times without critical tools,  first of all, they have shown us in an incontrovertible way, how disarmed we are and how much our capacity for discernment is zero.  We are unable to verify the sources, as we are not able to attribute different degrees of authority to those who bombard us with information.  Social networks have become a terrain of political confrontation, of the same politics that has kept appearing firm, ready and authoritative, but has completely lacked cohesion and organization.  They have even become a battleground for experts, virologists and infectious disease specialists.  And finally, through the use of comments as an extension of our freedom of expression enshrined in the Constitution, for the mass.

For a long time I have traveled every day what has been called the busiest and most dangerous fast-flowing road in Italy, in a desperate, blind and repetitive collective transhumance, and there was no day when I was not asked if for each  of my misfortune colleagues, it was really necessary to move physically to be able to work in the digital age.  Is it possible that technology is not taken seriously in this country?  Is it possible that there is a supermarket in your home, a bank in your home, even dinner at your home, and work at your home is a reality that still arouses so much distrust?  People breathe smog every day, get ugly more and more in traffic every day, lose track of what is important, putting urgencies in front of everything.  What then, what is the exact concept of urgency?  Who determines it, and based on what parameters?  Every time I set foot in a public office, in the time spent in line like someone waiting for a ration of bread and milk in wartime, I wondered if all that madness still has reason to exist.  At the time of the Coronavirus, companies discovered that smart work is not a beautiful word, but a possibility.  Mums and dads wander incredulously between the children’s bedroom and the living room, between a call and a diaper, and at the end of the week, incredibly, they realize that they have met all the deadlines, that the children are more serene, and that the  grandparents can enjoy retirement.  Not only that, but when they go to the park, they realize that the air is cleaner and people more respectful of the space of others.  At the time of the Coronavirus we discovered that a gesture as trivial as washing our hands can help ourselves and others.  Yet they told us when we were two years old.  We also discovered that it is possible to behave in a more civilized way on public transport, as in most of the world, without invading the space of others and without necessarily having to let everyone know about us.  We discovered that, beyond the borders of the aperitif, there is a table around which the whole family can gather at the same time to eat.

At the time of Coronavirus, we also discovered that our selfishness harms those who need us most to access any service, but when we feel in danger because of something uncontrollable, we then “give up” the exercise of our selfishness.  We have discovered, once again, that mistrust can take on the characteristics of racism, but that sometimes the parts can be reversed, as if to put ourselves in the other’s shoes.  The revenge of the south.  We discovered that Europe without borders does not exist, since the concept of free movement of people is questioned.  We have discovered that we belong to a civilization that not only does not consider the elderly a resource, but even considers them a burden, and treats their death as a side effect.  Yet medicine goes in the opposite direction: we live longer, it doesn’t matter how, and we reach retirement later and later.  As if to say, I keep you alive as long as you pay taxes because I need you, then if I can do without paying you the pension all the better.  And it doesn’t matter if the kindergartens are too expensive or not, who cares about the grandchildren.  We have found that education is not enough to make us reasonable, since the differences between the civilization we face when leaving home today, and that of the plague victims described in the pages of hundreds of years of literature and history, are negligible.

We consider this scenery as a pedagogical, introspective and global vision opportunity, what we are experiencing will end up in the school books of our grandchildren, we try to save the salvable, of grace.  And if it is true that, as a certain part of conspiracy theorists say, the most romantic one, I would say, behind this epidemic there is really a sociological and philanthropic design (if we do not consider economic disaster and human losses), let’s consider ourselves at least so much  interesting to have become protagonists in spite of ourselves.

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Su di me

Sono una cacciatrice di emozioni e cieli stellati, buongustaia, con una personalità complessa e gusti semplici.

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