Bangkok, sospesa fra tradizione e sguardo all’occidente

Bangkok, sospesa fra tradizione e sguardo all’occidente

Ho impiegato tanto tempo a convincermi a scrivere della Thailandia. Innanzitutto perché è molto complicato dare una struttura sensata a questo racconto di viaggio, per la vastità e la diversità delle zone visitate, motivo per cui dedicherò un post ad ogni zona, e perché per me è stato un viaggio difficile da metabolizzare. Ma anche perché so di parlare di un pezzo di mondo amatissimo dal novanta percento dei viaggiatori, sul quale si sono scritti best-seller, girati film, ideati programmi televisivi. So che questo pezzo di mondo ha anche cambiato la vita di molte persone che ci si sono addentrate per poi decidere di non fare ritorno a casa. Sicuramente ogni viaggio è la somma del mondo interiore di chi lo fa e di quello che si scopre, e sicuramente i filtri individuali attraverso i quali osserviamo la realtà sono molto diversi tra loro. Il risultato finale è che la Thailandia mi ha messa alla prova da molti punti di vista, facendomi, forse per la prima volta, sentire nostalgia di casa.

Il mio viaggio è iniziato dalla capitale Bangkok, e la scelta è stata quella di ricercare un’immersione quanto più autentica possibile nella vita locale, escludendo, come primo impatto, i quartieri più nuovi e gli hotel più turistici. Una volta scesa dal taxi, alla volta della casa tradizionale thailandese adibita a guest house che mi avrebbe ospitata per le prime tre notti, mi sono quindi ritrovata in una via del quartiere Rattanakosin, la “old Bangkok”, brulicante di vita vera, di odori, di immagini forti. Mi avevano per l’ennesima volta perso il bagaglio, mi ero appena scontrata con l’approssimazione e la lentezza dell’assistenza in aeroporto, avevo sulle spalle parecchie ore di volo e il mio abbigliamento non era certamente adatto a quel tasso di umidità, ma, quando ho visto la guest house, ho subito pensato che mi piaceva talmente tanto, che tutto sarebbe andato per il meglio. Aveva carattere, era nascosta in fondo alla via, era autentica. Era un pezzo di vecchia Bangkok. E l’infuso di lemongrass della proprietaria era una delle cose più buone che avessi assaggiato negli ultimi tempi. La guest house era un covo di allegre fanciulle, alcune più mature ed altre meno, che passavano la loro giornata a raccontarsi cose e ridere di gusto. Avrei dato dei soldi per capire quello che si dicevano. Era vietatissimo varcare la soglia della guest house senza essersi tolte le scarpe, usanza diffusa praticamente ovunque in Thailandia, ma quello che mi rendeva insofferente, era il divieto di introdurre, anche portandolo in mano, l’unico paio di scarpe che avevo – e chissà se avrei mai rivisto il mio bagaglio – perfino dentro la stanza.

I vicoli di Rattanakosin sono pieni di gente che durante il giorno cucina, e la sera dorme fuori per il caldo, di galline, di cani, di bambini che giocano. Nei vicoli tutta la vita è condivisa. Appena fuori, le vie si fanno più ampie e piene di negozi che vendono statue giganti del Buddha, e di bus turistici, taxi e tradizionali tuk tuk – moto a tre ruote dotate di panche – che accompagnano i turisti a visitare i templi o a Khaosan Road, famosissima via del caos. Quest’ultima è un meltin pot di locali, venditori di frutta tropicale, carne di coccodrillo e scorpioni fritti, in cui, nascosti dalle bancarelle, ci sono perfino dei tempietti davanti ai quali la gente prega mentre il dj di un locale di cocktail mette musica dance. Molto cara ai backpackers, che la definiscono “l’ultima via autentica di Bangkok”, Khaosan Road sta per subire da parte dell’amministrazione un restyling senza precedenti, con lo scopo di eliminare quelle attività spesso abusive e particolari, giudicate non più in linea con una città rivolta al futuro, che però sono proprio quelle che la rendono unica al mondo.

In questo quartiere molto popolare sono concentrati i templi della città, detti wat, colorati e maestosi, quasi totalmente incomprensibili per me, nonostante la guida assoldata per districare la mia confusione, popolati da un numero impressionante di turisti, ma anche dai buddhisti locali che vi si recano per pregare. Tutto questo crea un’ atmosfera per me difficile da decifrare, in sospensione tra la sacralità del luogo e il chiasso, tra le offerte al Buddha e gli sportelli bancomat alle spalle degli altari.

Presenza costante e quasi nauseante nelle vie di Bangkok è il cibo. Lo street food qui si fa estremo, come estremi sono gli odori che emana. Me ne sono accorta ulteriormente spostandomi verso il quartiere di Yaowarat, la Chinatown di Bangkok. La carne, le interiora, le zampe di gallina e il pesce, vengono esposti senza alcun tipo di metodo di conservazione, e serviti agli amanti del genere in scodelle lavate più volte senza acqua corrente, su tavoli di fortuna, a pochi metri da uno dei congestionamenti da traffico peggiori che io abbia mai visto. A questi si aggiungono i venditori di spezie e di noodle, degli spaghetti ottenuti dal riso, e serviti con delle salse piccanti. A parte lo street food, Chinatown è un trionfo di commercio di qualsivoglia genere, dall’oro alle stoffe, dalle collane di fiori utilizzate come dono per il Buddha, alle più impensabili cianfrusaglie. Qui mi sono veramente resa conto del fatto che la vera anima di questa città non sia rappresentata dai templi, simbolo dell’Asia che noi occidentali abbiamo nella testa. I thai sono un popolo di grandi lavoratori, per tradizione orientati verso gli affari. Questa è una città chiassosa, inquinata, estremamente viva ed attiva, in bilico fra la tradizione e lo sguardo volto all’occidente, di cui, purtroppo, ha assimilato il peggio. L’uso degli smartphone assume proporzioni che a fatica avrei potuto immaginare, tanto che, ognuno degli autisti con i quali ho avuto a che fare per gli spostamenti, ne possedeva tre.

Il quartiere di Thonburi, sulle rive del grande fiume Chao Phraya, viene solitamente osservato da un punto di vista speciale: le barche. Bangkok è infatti attraversata da questo fiume, che nasce nel centro-nord del Paese, attraversa la città, per poi gettarsi nel Golfo di Thailandia. Il fiume è navigato quotidianamente da una grande quantità di battelli e barche che attraversano la città. Bangkok è famosa per essere la città dei caratteristici mercati sul fiume, nei quali le barche in legno dei venditori e degli acquirenti, si affiancano per fare in modo che possa avvenire la compravendita. A dire il vero questo tipo di mercato ha purtroppo assunto nel tempo una valenza prevalentemente turistica, perdendo quasi tutta la sua autenticità. Questa presa di coscienza mi ha dato un dispiacere e mi ha sbattuto in faccia una grande verità: il turismo di massa, i voli economici, la trasformazione del mondo in direzione di una sempre maggiore omologazione, l’influenza dei valori occidentali, sta rendendo sempre più difficile la conservazione delle differenze.

Siam Square è, a mio parere, il quartiere che meglio descrive la Bangkok di oggi. È il luogo dei centri commerciali, dello shopping di lusso e del divertimento. È la Piccadilly Circus thailandese, sorvolata dalla linea BTS dello skytrain, una sorta di metropolitana sopraelevata che sfreccia tra i grattacieli e le luci delle insegne luminose. I vagoni sono modernissimi e i passeggeri pure, un mix di colletti bianchi e giovani benestanti. Questa è una città di contraddizioni.

Il quartiere di Silom è il cuore della finanza thailandese, in un’alternanza di banche, condomini e grattacieli. Qui, nel 1861, fu costruita la prima strada asfaltata della città. Bangkok non possiede uno skyline, perché la sua particolarità sta nella confusione degli edifici, sparsi e senza un’apparente logica, e perché la maggior parte di essi è basso, fatto che spiega un’estensione di 2200kmq. Semplificando, qui non si è costruito in altezza, bensì in estensione, ma alcuni dei grattacieli valgono sicuramente una visita, per la loro particolarità e per i loro rooftop, come il Vertigo Bar al Banyan Tree Hotel e il 22 Kitchen&Bar al Dusit Thani. L’aperitivo al rooftop è un must per chi si reca a Bangkok, e personalmente posso dire che l’atmosfera sulla terrazza del Mahanakhon, un altissimo grattacielo che sembra costruito con dei mattoncini LEGO posizionati in modo irregolare, è spettacolare, estremizzata dal pavimento in vetro, che amplifica la sensazione di caduta nel vuoto.

Uno dei motivi per cui quello in Thailandia è stato per me un viaggio faticoso, è il falso mito del cibo buono che costa poco. Non è vero. Il cibo che costa poco è di produzione industriale. È evidente che, purtroppo, il Paese stia seguendo le orme degli Stati Uniti. Non voglio entrare nel merito della cucina asiatica, quella è una questione di gusti e può piacere o meno, ma la qualità delle materie prime è assolutamente direttamente proporzionale a quanto siete disposti a spendere, street food a parte, del quale ho già parlato, che è per stomaci forti. Sicuramente Bangkok, rispetto alle zone più sperdute che ho visitato, ha il vantaggio, in quanto metropoli, di offrire una vasta scelta. Parlando e facendomi consigliare dai locali, ho imparato quanto la loro cultura in fatto di cibo sia lontanissima dalla nostra, o perlomeno dalla mia. Esistono infatti ristoranti di cucina locale in cui si mangia mediamente bene, nei quali la gente del posto non mette piede. È anche questo il bello quando si viaggia: entrare in nuovi mondi, cercare di capirli, trovare nuovi equilibri ed adattarcisi.

Il consumismo è un altro volto di Bangkok che mi ha scioccata, e con lui il problema dei rifiuti (e dei topi). Tiziano Terzani, che visse per anni a Bangkok nella sua Turtle House, della quale restano solo miseri resti, scriveva nel suo libro “Un indovino mi disse“, di un amore misto ad odio per questo Paese, primo nel Sud Est Asiatico ad aprirsi all’occidente e alle sue perversioni. Il problema della plastica in Asia, invasa, per esempio, dalle famose cannucce di plastica, sta piano piano diventando un problema del mondo. Ma il problema più grave resta l’allontanamento dalla spiritualità e dalle radici.

Bangkok è stata una bella esperienza, soprattutto introspettiva. Mi porterò dietro il ricordo di quella sensazione di contrasto costante tra il passato e il futuro, nella speranza che il fascino dell’America smetta di essere così forte per questo popolo. E sono grata più in generale a questo Paese, per avermi avvicinata ancora di più alle mie radici ed avermi fatto sentire, forse per la prima volta, nostalgia di casa.

Ho impiegato tanto tempo a convincermi a scrivere della Thailandia. Innanzitutto perché è molto complicato dare una struttura sensata a questo racconto di viaggio, per la vastità e la diversità delle zone visitate, motivo per cui dedicherò un post ad ogni zona, e perché per me è stato un viaggio difficile da metabolizzare. Ma anche perché so di parlare di un pezzo di mondo amatissimo dal novanta percento dei viaggiatori, sul quale si sono scritti best-seller, girati film, ideati programmi televisivi. So che questo pezzo di mondo ha anche cambiato la vita di molte persone che ci si sono addentrate per poi decidere di non fare ritorno a casa. Sicuramente ogni viaggio è la somma del mondo interiore di chi lo fa e di quello che si scopre, e sicuramente i filtri individuali attraverso i quali osserviamo la realtà sono molto diversi tra loro. Il risultato finale è che la Thailandia mi ha messa alla prova da molti punti di vista, facendomi, forse per la prima volta, sentire nostalgia di casa.

Il mio viaggio è iniziato dalla capitale Bangkok, e la scelta è stata quella di ricercare un’immersione quanto più autentica possibile nella vita locale, escludendo, come primo impatto, i quartieri più nuovi e gli hotel più turistici. Una volta scesa dal taxi, alla volta della casa tradizionale thailandese adibita a guest house che mi avrebbe ospitata per le prime tre notti, mi sono quindi ritrovata in una via del quartiere Rattanakosin, la “old Bangkok”, brulicante di vita vera, di odori, di immagini forti. Mi avevano per l’ennesima volta perso il bagaglio, mi ero appena scontrata con l’approssimazione e la lentezza dell’assistenza in aeroporto, avevo sulle spalle parecchie ore di volo e il mio abbigliamento non era certamente adatto a quel tasso di umidità, ma, quando ho visto la guest house, ho subito pensato che mi piaceva talmente tanto, che tutto sarebbe andato per il meglio. Aveva carattere, era nascosta in fondo alla via, era autentica. Era un pezzo di vecchia Bangkok. E l’infuso di lemongrass della proprietaria era una delle cose più buone che avessi assaggiato negli ultimi tempi. La guest house era un covo di allegre fanciulle, alcune più mature ed altre meno, che passavano la loro giornata a raccontarsi cose e ridere di gusto. Avrei dato dei soldi per capire quello che si dicevano. Era vietatissimo varcare la soglia della guest house senza essersi tolte le scarpe, usanza diffusa praticamente ovunque in Thailandia, ma quello che mi rendeva insofferente, era il divieto di introdurre, anche portandolo in mano, l’unico paio di scarpe che avevo – e chissà se avrei mai rivisto il mio bagaglio – perfino dentro la stanza.

I vicoli di Rattanakosin sono pieni di gente che durante il giorno cucina, e la sera dorme fuori per il caldo, di galline, di cani, di bambini che giocano. Nei vicoli tutta la vita è condivisa. Appena fuori, le vie si fanno più ampie e piene di negozi che vendono statue giganti del Buddha, e di bus turistici, taxi e tradizionali tuk tuk – moto a tre ruote dotate di panche – che accompagnano i turisti a visitare i templi o a Khaosan Road, famosissima via del caos. Quest’ultima è un meltin pot di locali, venditori di frutta tropicale, carne di coccodrillo e scorpioni fritti, in cui, nascosti dalle bancarelle, ci sono perfino dei tempietti davanti ai quali la gente prega mentre il dj di un locale di cocktail mette musica dance. Molto cara ai backpackers, che la definiscono “l’ultima via autentica di Bangkok”, Khaosan Road sta per subire da parte dell’amministrazione un restyling senza precedenti, con lo scopo di eliminare quelle attività spesso abusive e particolari, giudicate non più in linea con una città rivolta al futuro, che però sono proprio quelle che la rendono unica al mondo.

In questo quartiere molto popolare sono concentrati i templi della città, detti wat, colorati e maestosi, quasi totalmente incomprensibili per me, nonostante la guida assoldata per districare la mia confusione, popolati da un numero impressionante di turisti, ma anche dai buddhisti locali che vi si recano per pregare. Tutto questo crea un’ atmosfera per me difficile da decifrare, in sospensione tra la sacralità del luogo e il chiasso, tra le offerte al Buddha e gli sportelli bancomat alle spalle degli altari.

Presenza costante e quasi nauseante nelle vie di Bangkok è il cibo. Lo street food qui si fa estremo, come estremi sono gli odori che emana. Me ne sono accorta ulteriormente spostandomi verso il quartiere di Yaowarat, la Chinatown di Bangkok. La carne, le interiora, le zampe di gallina e il pesce, vengono esposti senza alcun tipo di metodo di conservazione, e serviti agli amanti del genere in scodelle lavate più volte senza acqua corrente, su tavoli di fortuna, a pochi metri da uno dei congestionamenti da traffico peggiori che io abbia mai visto. A questi si aggiungono i venditori di spezie e di noodle, degli spaghetti ottenuti dal riso, e serviti con delle salse piccanti. A parte lo street food, Chinatown è un trionfo di commercio di qualsivoglia genere, dall’oro alle stoffe, dalle collane di fiori utilizzate come dono per il Buddha, alle più impensabili cianfrusaglie. Qui mi sono veramente resa conto del fatto che la vera anima di questa città non sia rappresentata dai templi, simbolo dell’Asia che noi occidentali abbiamo nella testa. I thai sono un popolo di grandi lavoratori, per tradizione orientati verso gli affari. Questa è una città chiassosa, inquinata, estremamente viva ed attiva, in bilico fra la tradizione e lo sguardo volto all’occidente, di cui, purtroppo, ha assimilato il peggio. L’uso degli smartphone assume proporzioni che a fatica avrei potuto immaginare, tanto che, ognuno degli autisti con i quali ho avuto a che fare per gli spostamenti, ne possedeva tre.

Il quartiere di Thonburi, sulle rive del grande fiume Chao Phraya, viene solitamente osservato da un punto di vista speciale: le barche. Bangkok è infatti attraversata da questo fiume, che nasce nel centro-nord del Paese, attraversa la città, per poi gettarsi nel Golfo di Thailandia. Il fiume è navigato quotidianamente da una grande quantità di battelli e barche che attraversano la città. Bangkok è famosa per essere la città dei caratteristici mercati sul fiume, nei quali le barche in legno dei venditori e degli acquirenti, si affiancano per fare in modo che possa avvenire la compravendita. A dire il vero questo tipo di mercato ha purtroppo assunto nel tempo una valenza prevalentemente turistica, perdendo quasi tutta la sua autenticità. Questa presa di coscienza mi ha dato un dispiacere e mi ha sbattuto in faccia una grande verità: il turismo di massa, i voli economici, la trasformazione del mondo in direzione di una sempre maggiore omologazione, l’influenza dei valori occidentali, sta rendendo sempre più difficile la conservazione delle differenze.

Siam Square è, a mio parere, il quartiere che meglio descrive la Bangkok di oggi. È il luogo dei centri commerciali, dello shopping di lusso e del divertimento. È la Piccadilly Circus thailandese, sorvolata dalla linea BTS dello skytrain, una sorta di metropolitana sopraelevata che sfreccia tra i grattacieli e le luci delle insegne luminose. I vagoni sono modernissimi e i passeggeri pure, un mix di colletti bianchi e giovani benestanti. Questa è una città di contraddizioni.

Il quartiere di Silom è il cuore della finanza thailandese, in un’alternanza di banche, condomini e grattacieli. Qui, nel 1861, fu costruita la prima strada asfaltata della città. Bangkok non possiede uno skyline, perché la sua particolarità sta nella confusione degli edifici, sparsi e senza un’apparente logica, e perché la maggior parte di essi è basso, fatto che spiega un’estensione di 2200kmq. Semplificando, qui non si è costruito in altezza, bensì in estensione, ma alcuni dei grattacieli valgono sicuramente una visita, per la loro particolarità e per i loro rooftop, come il Vertigo Bar al Banyan Tree Hotel e il 22 Kitchen&Bar al Dusit Thani. L’aperitivo al rooftop è un must per chi si reca a Bangkok, e personalmente posso dire che l’atmosfera sulla terrazza del Mahanakhon, un altissimo grattacielo che sembra costruito con dei mattoncini LEGO posizionati in modo irregolare, è spettacolare, estremizzata dal pavimento in vetro, che amplifica la sensazione di caduta nel vuoto.

Uno dei motivi per cui quello in Thailandia è stato per me un viaggio faticoso, è il falso mito del cibo buono che costa poco. Non è vero. Il cibo che costa poco è di produzione industriale. È evidente che, purtroppo, il Paese stia seguendo le orme degli Stati Uniti. Non voglio entrare nel merito della cucina asiatica, quella è una questione di gusti e può piacere o meno, ma la qualità delle materie prime è assolutamente direttamente proporzionale a quanto siete disposti a spendere, street food a parte, del quale ho già parlato, che è per stomaci forti. Sicuramente Bangkok, rispetto alle zone più sperdute che ho visitato, ha il vantaggio, in quanto metropoli, di offrire una vasta scelta. Parlando e facendomi consigliare dai locali, ho imparato quanto la loro cultura in fatto di cibo sia lontanissima dalla nostra, o perlomeno dalla mia. Esistono infatti ristoranti di cucina locale in cui si mangia mediamente bene, nei quali la gente del posto non mette piede. È anche questo il bello quando si viaggia: entrare in nuovi mondi, cercare di capirli, trovare nuovi equilibri ed adattarcisi.

Il consumismo è un altro volto di Bangkok che mi ha scioccata, e con lui il problema dei rifiuti (e dei topi). Tiziano Terzani, che visse per anni a Bangkok nella sua Turtle House, della quale restano solo miseri resti, scriveva nel suo libro “Un indovino mi disse“, di un amore misto ad odio per questo Paese, primo nel Sud Est Asiatico ad aprirsi all’occidente e alle sue perversioni. Il problema della plastica in Asia, invasa, per esempio, dalle famose cannucce di plastica, sta piano piano diventando un problema del mondo. Ma il problema più grave resta l’allontanamento dalla spiritualità e dalle radici.

Bangkok è stata una bella esperienza, soprattutto introspettiva. Mi porterò dietro il ricordo di quella sensazione di contrasto costante tra il passato e il futuro, nella speranza che il fascino dell’America smetta di essere così forte per questo popolo. E sono grata più in generale a questo Paese, per avermi avvicinata ancora di più alle mie radici ed avermi fatto sentire, forse per la prima volta, nostalgia di casa.

Ho impiegato tanto tempo a convincermi a scrivere della Thailandia. Innanzitutto perché è molto complicato dare una struttura sensata a questo racconto di viaggio, per la vastità e la diversità delle zone visitate, motivo per cui dedicherò un post ad ogni zona, e perché per me è stato un viaggio difficile da metabolizzare. Ma anche perché so di parlare di un pezzo di mondo amatissimo dal novanta percento dei viaggiatori, sul quale si sono scritti best-seller, girati film, ideati programmi televisivi. So che questo pezzo di mondo ha anche cambiato la vita di molte persone che ci si sono addentrate per poi decidere di non fare ritorno a casa. Sicuramente ogni viaggio è la somma del mondo interiore di chi lo fa e di quello che si scopre, e sicuramente i filtri individuali attraverso i quali osserviamo la realtà sono molto diversi tra loro. Il risultato finale è che la Thailandia mi ha messa alla prova da molti punti di vista, facendomi, forse per la prima volta, sentire nostalgia di casa.

Il mio viaggio è iniziato dalla capitale Bangkok, e la scelta è stata quella di ricercare un’immersione quanto più autentica possibile nella vita locale, escludendo, come primo impatto, i quartieri più nuovi e gli hotel più turistici. Una volta scesa dal taxi, alla volta della casa tradizionale thailandese adibita a guest house che mi avrebbe ospitata per le prime tre notti, mi sono quindi ritrovata in una via del quartiere Rattanakosin, la “old Bangkok”, brulicante di vita vera, di odori, di immagini forti. Mi avevano per l’ennesima volta perso il bagaglio, mi ero appena scontrata con l’approssimazione e la lentezza dell’assistenza in aeroporto, avevo sulle spalle parecchie ore di volo e il mio abbigliamento non era certamente adatto a quel tasso di umidità, ma, quando ho visto la guest house, ho subito pensato che mi piaceva talmente tanto, che tutto sarebbe andato per il meglio. Aveva carattere, era nascosta in fondo alla via, era autentica. Era un pezzo di vecchia Bangkok. E l’infuso di lemongrass della proprietaria era una delle cose più buone che avessi assaggiato negli ultimi tempi. La guest house era un covo di allegre fanciulle, alcune più mature ed altre meno, che passavano la loro giornata a raccontarsi cose e ridere di gusto. Avrei dato dei soldi per capire quello che si dicevano. Era vietatissimo varcare la soglia della guest house senza essersi tolte le scarpe, usanza diffusa praticamente ovunque in Thailandia, ma quello che mi rendeva insofferente, era il divieto di introdurre, anche portandolo in mano, l’unico paio di scarpe che avevo – e chissà se avrei mai rivisto il mio bagaglio – perfino dentro la stanza.

I vicoli di Rattanakosin sono pieni di gente che durante il giorno cucina, e la sera dorme fuori per il caldo, di galline, di cani, di bambini che giocano. Nei vicoli tutta la vita è condivisa. Appena fuori, le vie si fanno più ampie e piene di negozi che vendono statue giganti del Buddha, e di bus turistici, taxi e tradizionali tuk tuk – moto a tre ruote dotate di panche – che accompagnano i turisti a visitare i templi o a Khaosan Road, famosissima via del caos. Quest’ultima è un meltin pot di locali, venditori di frutta tropicale, carne di coccodrillo e scorpioni fritti, in cui, nascosti dalle bancarelle, ci sono perfino dei tempietti davanti ai quali la gente prega mentre il dj di un locale di cocktail mette musica dance. Molto cara ai backpackers, che la definiscono “l’ultima via autentica di Bangkok”, Khaosan Road sta per subire da parte dell’amministrazione un restyling senza precedenti, con lo scopo di eliminare quelle attività spesso abusive e particolari, giudicate non più in linea con una città rivolta al futuro, che però sono proprio quelle che la rendono unica al mondo.

In questo quartiere molto popolare sono concentrati i templi della città, detti wat, colorati e maestosi, quasi totalmente incomprensibili per me, nonostante la guida assoldata per districare la mia confusione, popolati da un numero impressionante di turisti, ma anche dai buddhisti locali che vi si recano per pregare. Tutto questo crea un’ atmosfera per me difficile da decifrare, in sospensione tra la sacralità del luogo e il chiasso, tra le offerte al Buddha e gli sportelli bancomat alle spalle degli altari.

Presenza costante e quasi nauseante nelle vie di Bangkok è il cibo. Lo street food qui si fa estremo, come estremi sono gli odori che emana. Me ne sono accorta ulteriormente spostandomi verso il quartiere di Yaowarat, la Chinatown di Bangkok. La carne, le interiora, le zampe di gallina e il pesce, vengono esposti senza alcun tipo di metodo di conservazione, e serviti agli amanti del genere in scodelle lavate più volte senza acqua corrente, su tavoli di fortuna, a pochi metri da uno dei congestionamenti da traffico peggiori che io abbia mai visto. A questi si aggiungono i venditori di spezie e di noodle, degli spaghetti ottenuti dal riso, e serviti con delle salse piccanti. A parte lo street food, Chinatown è un trionfo di commercio di qualsivoglia genere, dall’oro alle stoffe, dalle collane di fiori utilizzate come dono per il Buddha, alle più impensabili cianfrusaglie. Qui mi sono veramente resa conto del fatto che la vera anima di questa città non sia rappresentata dai templi, simbolo dell’Asia che noi occidentali abbiamo nella testa. I thai sono un popolo di grandi lavoratori, per tradizione orientati verso gli affari. Questa è una città chiassosa, inquinata, estremamente viva ed attiva, in bilico fra la tradizione e lo sguardo volto all’occidente, di cui, purtroppo, ha assimilato il peggio. L’uso degli smartphone assume proporzioni che a fatica avrei potuto immaginare, tanto che, ognuno degli autisti con i quali ho avuto a che fare per gli spostamenti, ne possedeva tre.

Il quartiere di Thonburi, sulle rive del grande fiume Chao Phraya, viene solitamente osservato da un punto di vista speciale: le barche. Bangkok è infatti attraversata da questo fiume, che nasce nel centro-nord del Paese, attraversa la città, per poi gettarsi nel Golfo di Thailandia. Il fiume è navigato quotidianamente da una grande quantità di battelli e barche che attraversano la città. Bangkok è famosa per essere la città dei caratteristici mercati sul fiume, nei quali le barche in legno dei venditori e degli acquirenti, si affiancano per fare in modo che possa avvenire la compravendita. A dire il vero questo tipo di mercato ha purtroppo assunto nel tempo una valenza prevalentemente turistica, perdendo quasi tutta la sua autenticità. Questa presa di coscienza mi ha dato un dispiacere e mi ha sbattuto in faccia una grande verità: il turismo di massa, i voli economici, la trasformazione del mondo in direzione di una sempre maggiore omologazione, l’influenza dei valori occidentali, sta rendendo sempre più difficile la conservazione delle differenze.

Siam Square è, a mio parere, il quartiere che meglio descrive la Bangkok di oggi. È il luogo dei centri commerciali, dello shopping di lusso e del divertimento. È la Piccadilly Circus thailandese, sorvolata dalla linea BTS dello skytrain, una sorta di metropolitana sopraelevata che sfreccia tra i grattacieli e le luci delle insegne luminose. I vagoni sono modernissimi e i passeggeri pure, un mix di colletti bianchi e giovani benestanti. Questa è una città di contraddizioni.

Il quartiere di Silom è il cuore della finanza thailandese, in un’alternanza di banche, condomini e grattacieli. Qui, nel 1861, fu costruita la prima strada asfaltata della città. Bangkok non possiede uno skyline, perché la sua particolarità sta nella confusione degli edifici, sparsi e senza un’apparente logica, e perché la maggior parte di essi è basso, fatto che spiega un’estensione di 2200kmq. Semplificando, qui non si è costruito in altezza, bensì in estensione, ma alcuni dei grattacieli valgono sicuramente una visita, per la loro particolarità e per i loro rooftop, come il Vertigo Bar al Banyan Tree Hotel e il 22 Kitchen&Bar al Dusit Thani. L’aperitivo al rooftop è un must per chi si reca a Bangkok, e personalmente posso dire che l’atmosfera sulla terrazza del Mahanakhon, un altissimo grattacielo che sembra costruito con dei mattoncini LEGO posizionati in modo irregolare, è spettacolare, estremizzata dal pavimento in vetro, che amplifica la sensazione di caduta nel vuoto.

Uno dei motivi per cui quello in Thailandia è stato per me un viaggio faticoso, è il falso mito del cibo buono che costa poco. Non è vero. Il cibo che costa poco è di produzione industriale. È evidente che, purtroppo, il Paese stia seguendo le orme degli Stati Uniti. Non voglio entrare nel merito della cucina asiatica, quella è una questione di gusti e può piacere o meno, ma la qualità delle materie prime è assolutamente direttamente proporzionale a quanto siete disposti a spendere, street food a parte, del quale ho già parlato, che è per stomaci forti. Sicuramente Bangkok, rispetto alle zone più sperdute che ho visitato, ha il vantaggio, in quanto metropoli, di offrire una vasta scelta. Parlando e facendomi consigliare dai locali, ho imparato quanto la loro cultura in fatto di cibo sia lontanissima dalla nostra, o perlomeno dalla mia. Esistono infatti ristoranti di cucina locale in cui si mangia mediamente bene, nei quali la gente del posto non mette piede. È anche questo il bello quando si viaggia: entrare in nuovi mondi, cercare di capirli, trovare nuovi equilibri ed adattarcisi.

Il consumismo è un altro volto di Bangkok che mi ha scioccata, e con lui il problema dei rifiuti (e dei topi). Tiziano Terzani, che visse per anni a Bangkok nella sua Turtle House, della quale restano solo miseri resti, scriveva nel suo libro “Un indovino mi disse“, di un amore misto ad odio per questo Paese, primo nel Sud Est Asiatico ad aprirsi all’occidente e alle sue perversioni. Il problema della plastica in Asia, invasa, per esempio, dalle famose cannucce di plastica, sta piano piano diventando un problema del mondo. Ma il problema più grave resta l’allontanamento dalla spiritualità e dalle radici.

Bangkok è stata una bella esperienza, soprattutto introspettiva. Mi porterò dietro il ricordo di quella sensazione di contrasto costante tra il passato e il futuro, nella speranza che il fascino dell’America smetta di essere così forte per questo popolo. E sono grata più in generale a questo Paese, per avermi avvicinata ancora di più alle mie radici ed avermi fatto sentire, forse per la prima volta, nostalgia di casa.

It took me a long time to convince myself to write about Thailand. First of all because it is very complicated to give a sensible structure to this travel story, for the vastness and diversity of the areas visited, which is why I will dedicate a post to each area, and why for me it was a difficult journey to metabolize. But also because I know I’m talking about a much loved piece of the world from ninety percent of travelers, on which they wrote best-sellers, shot movies, and created television programs. I know that this piece of the world has also changed the lives of many people who have gone into it and then decided not to return home. Surely every journey is the sum of the inner world of those who do it and what is discovered, and certainly the individual filters through which we observe reality are very different from each other. The end result is that Thailand has put me to the test from many points of view, making me, perhaps for the first time, homesick.

My journey started from the capital Bangkok, and the choice was to search for a dive as authentic as possible in local life, excluding, as a first impact, the newer neighborhoods and more tourist hotels. Once off the taxi, at a time of the traditional Thai house used as a guest house that would have hosted me for the first three nights, I found myself in a street in the Rattanakosin neighborhood, the “old Bangkok”, teeming with real life, with smells , of strong images. I had once again lost my baggage, I had just come up against the approximation and the slowness of assistance at the airport, I had several hours on my shoulders and my clothing was certainly not suitable for that humidity, but , when I saw the guest house, I immediately thought that I liked it so much, that everything would be fine. It had character, it was hidden at the end of the street, it was authentic. It was a piece of old Bangkok. And the owner’s lemongrass infusion was one of the best things I had ever tasted in recent times. The guest house was a den of cheerful girls, some more mature and others less, who spent their day telling each other things and laughing out loud. I would have given money to understand what they were saying. It was forbidden to cross the threshold of the guest house without having taken off my shoes, a practice widespread almost everywhere in Thailand, but what made me impatient, was the prohibition of introducing, even carrying it in my hand, the only pair of shoes I had – and who knows if I would ever see my luggage again – even inside the room.

The alleys of Rattanakosin are full of people who cook during the day, and in the evening sleep out in the heat, of chickens, dogs, children playing. In the alleys the whole life is shared. Just outside, the streets become wider and full of shops selling giant Buddha statues, and tourist buses, taxis and traditional tuk tuks – three-wheeled bikes with benches – that accompany tourists visiting temples or Khaosan Road , the famous street of chaos. The latter is a melting pot of locals, sellers of tropical fruit, crocodile meat and fried scorpions, in which, hidden by the stalls, there are even little temples before which people pray while the DJ of a cocktail bar puts music on dance. Very dear to backpackers, who call it “the last authentic street of Bangkok”, Khaosan Road is about to undergo an unprecedented restyling by the administration, with the aim of eliminating those activities that are often abusive and particular, no longer considered in line with a city that looks to the future, but these are the ones that make it unique in the world.

In this very popular district the temples of the city are concentrated, called wat, colorful and majestic, almost totally incomprehensible to me, despite the hired guide to untangle my confusion, populated by an impressive number of tourists, but also by the local Buddhists who they go to pray. All this creates an atmosphere that is difficult for me to decipher, suspended between the sacredness of the place and the noise, between the offerings to the Buddha and the ATMs behind the altars.

Food is the constant and almost nauseating presence in the streets of Bangkok. The street food here is extreme, as extremes are the smells that emanates. I noticed it further by moving to the district of Yaowarat, Bangkok’s Chinatown. Meat, entrails, crow’s feet and fish are exposed without any kind of preservation method, and served to lovers of the genus in bowls washed several times without running water, on makeshift tables, a few meters from one of the worst traffic congestion I’ve ever seen. To these are added the sellers of spices and noodles, of spaghetti obtained from rice, and served with spicy sauces. Apart from street food, Chinatown is a triumph of commerce of any kind, from gold to fabrics, from flower necklaces used as a gift for the Buddha, to the most unthinkable junk. Here I really realized the fact that the true soul of this city is not represented by the temples, a symbol of Asia that we Westerners have in mind. The Thais are a people of great workers, traditionally oriented towards business. This is a noisy, polluted, extremely lively and active city, poised between tradition and a western look, of which, unfortunately, it has absorbed the worst. The use of smartphones assumes proportions that I could have hardly imagined, so that, each of the drivers with whom I had to deal with for travel, he had three.

The district of Thonburi, on the banks of the great Chao Phraya river, is usually observed from a special point of view: the boats. Bangkok is in fact crossed by this river, which is born in the center-north of the country, crosses the city, and then plunges into the Gulf of Thailand. The river is navigated daily by a large number of boats and boats that cross the city. Bangkok is famous for being the city of the characteristic markets on the river, in which the wooden boats of the sellers and buyers, come together to make sure that the sale can take place. To tell the truth this type of market has unfortunately taken on a predominantly tourist value over time, losing almost all its authenticity. This awareness gave me a regret and threw me a great truth in my face: mass tourism, cheap flights, the transformation of the world towards ever greater standardization, the influence of Western values, is always making the preservation of differences is more difficult.

Siam Square is, in my opinion, the neighborhood that best describes today’s Bangkok. It is the place of shopping centers, luxury shopping and entertainment. It is the Thai Piccadilly Circus, flown over by the BTS line of the skytrain, a sort of elevated underground that hurtles among the skyscrapers and the lights of the illuminated signs. The wagons are very modern and the passengers pure, a mix of white collar and wealthy young people. This is a city of contradictions.

The Silom district is the heart of Thai finance, in an alternation of banks, condominiums and skyscrapers. Here, in 1861, the first asphalt road of the city was built. Bangkok does not have a skyline, because its peculiarity lies in the confusion of the buildings, scattered and without an apparent logic, and because most of them are low, which explains an extension of 2200kmq. Simplifying, here it was not built in height, but in extension, but some of the skyscrapers are certainly worth a visit, for their particularity and for their rooftops, like the Vertigo Bar at the Banyan Tree Hotel and the 22 Kitchen & Bar at the Dusit Thani. The aperitif at the rooftop is a must for those who go to Bangkok, and personally I can say that the atmosphere on the terrace of Mahanakhon, a very high skyscraper that seems to be built with irregularly positioned LEGO bricks, is spectacular, extremely glass, which amplifies the feeling of falling into the void.

One of the reasons why in Thailand was a tiring journey for me, is the false myth of good food that is cheap. It’s not true. Food that is cheap is of industrial production. It is clear that, unfortunately, the country is following in the footsteps of the United States. I do not want to go into the merits of Asian cuisine, that is a matter of taste and may or may not like it, but the quality of the raw materials is absolutely directly proportional to how much you are willing to spend, apart street food, of which I have already spoken, which it is for strong stomachs. Surely Bangkok, compared to the most remote areas that I visited, has the advantage, as a metropolis, of offering a vast choice. Speaking and letting myself be advised by the locals, I learned how far their food culture is far from ours, or at least from mine. In fact, there are restaurants with local cuisine where people eat well on average, where the locals do not set foot. This is also the beauty when traveling: entering new worlds, trying to understand them, finding new balances and adapting to them.

Consumerism is another face of Bangkok that shocked me, and with it the problem of waste (and mice). Tiziano Terzani, who lived for years in Bangkok in his Turtle House, of which only mere remains remain, wrote in his book “A soothsayer told me”, of a love mixed with hatred for this country, first in South East Asia to open up to West and its perversions. The problem of plastic in Asia, invaded, for example, by the famous plastic straws, is slowly becoming a problem in the world. But the most serious problem remains the removal from spirituality and roots.

Bangkok was a beautiful experience, especially introspective. I will carry with me the memory of that feeling of constant contrast between the past and the future, in the hope that the charm of America will cease to be so strong for this people. And I am grateful to this country more generally, for bringing me even closer to my roots and making me feel, perhaps for the first time, homesickness.

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